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Salvata Madrid, crolla Piazza Affari

L’euforia dei mercati per il salvataggio delle banche spagnole si è sciolta nello spazio di un mattino per lasciare di nuovo lo spazio ai timori del contagio, e non è in fondo una novità. Già nei precedenti casi di Grecia, Irlanda e Portogallo lo scenario era stato più o meno lo stesso: acquisti immediati e successiva disillusione da parte degli operatori. Stavolta però il dietrofront dei listini è stato, se possibile, ancora più rapido del passato, anche perché sulle modalità del piano pesano ancora forti incognite. Ma questa non è l’unica differenza, perché ieri gli investitori hanno orientato le vendite verso una direzione ben precisa e hanno colpito senza mezzi termini l’Italia, i suoi titoli di Stato e le sue azioni.
Così, se la Borsa di Madrid ha chiuso in ribasso dello 0,5% (ma in apertura era volata a +6%) e se gli altri listini europei hanno terminato non molto lontano dalla parità (+0,2% Francoforte, -0,3% Parigi), a Piazza Affari la scure è calata sui titoli delle banche determinando l’affossamento dell’indice Ftse Mib (-2,8%). Wall Street ha frenato nelle ultime battute chiudendo a -1%. Lo scenario si è ripetuto anche per il BTp, il cui rendimento decennale è risalito sopra la soglia del 6% portando il differenziale con il Bund a 473 punti base. Sui titoli di Stato anche la Spagna ha subito la stessa sorte (rendimento del decennale al 6,51%, spread a quota 521), ma si tratta di una consolazione assai magra.
Difficile dire se le vendite siano partite ieri dai BTp o dalle banche, che sono irrimediabilmente collegate alle sorti dei bond sovrani italiani. Quel che è certo è che sono state violente, tanto da spiazzare molti operatori, e concentrate soprattutto nel primo pomeriggio. «Dopo il piano di aiuti alle banche spagnole, chi specula sull’implosione dell’euro si è evidentemente spostato sull’Italia», osservava ieri un trader, facendo notare come gran parte degli ordini siano arrivati dagli Stati Uniti. «Ci sono molte vendite allo scoperto – spiegava – e la volatilità, a mio modo di vedere, è destinata a restare elevata alta anche nelle prossime sedute. D’altronde siamo in una settimana molto delicata. I mercati aspettano con ansia gli esiti delle elezioni in Grecia, che possono significare la permanenza o l’uscita del Paese dall’Eurozona».
Ad accrescere la pressione sui titoli del credito di casa nostra, epicentro delle vendite come da copione, ha contribuito anche un report di Barclays, che ha ridotto il giudizio su Intesa Sanpaolo e Mps. Gli analisti della banca britannica in particolare hanno lanciato l’allarme sull’alto livello di sofferenze di tutto il settore creditizio del nostro Paese. «Il livello dei crediti inesigibili sul totale degli impieghi – si legge nel report – è passato da un range del 3-8% di prima della crisi ad una forbice tra il 9 e il 16 per cento. Il rapporto di copertura (cioè gli accantonamenti per far fronte a potenziali perdite) poi è in media del 38%. Basso se rapportato al 55% medio in Europa». Intesa e Mps hanno lasciato sul terreno rispettivamente il 5,9% e il 5,2%, mentre UniCredit ha ceduto addirittura l’8,8%.
La mancanza di dettagli sul piano di salvataggio per le banche spagnole (e in particolare l’ipotesi che gli aiuti fino a 100 miliardi di euro siano erogati attraverso il fondo Efsf, con conseguente appesantimento dei bilanci degli altri Paesi europei) ha finito per arrestare la rincorsa dell’euro. La valuta comune è infatti salita in avvio fino a 1,2650 dollari per poi perdere progressivamente tutto il terreno guadagnato e finire attorno quota 1,25, condizionata dal pericolo dell’effetto domino. Che ieri fosse una giornata dominata dall’avversione per il rischio lo conferma del resto anche il calo del prezzo del petrolio che a New York è sceso fino a 81,66 dollari, quasi il 3% in meno rispetto a venerdì scorso.

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