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Salva imprese La Bei prenota un ruolo per rilanciare le aziende

Il primo round di presentazioni è già partito. Da una parte il neo presidente della Cassa depositi e prestiti, Claudio Costamagna, dall’altra Andrea Guerra, nelle vesti di consulente del premier Matteo Renzi. Qui nelle vesti di promotore del fondo Salva imprese, il nuovo veicolo di turnaround — come preferisce definirlo la squadra che lavora al progetto — a base pubblica e privata, nato per ristrutturare e consolidare le aziende strategiche in crisi di liquidità. E farle ripartire. Tutto è pronto sul tavolo di Guerra e della squadra di esperti: i tecnici del ministero dello Sviluppo economico e del Tesoro oltreché degli advisor della Vitale & Co. Ma il passaggio con la Cdp (e i suoi nuovi vertici) è indispensabile. Innanzitutto per il suo ruolo di «anchor investor», il sottoscrittore-promotore che nell’iniziativa inietterà fino a un miliardo. Con Cassa depositi si dovranno definire due capitoli chiave: governance e garanzie. 
Dalla prima e dal calco che le verrà dato dipenderà l’adesione dei cosiddetti investitori non garantiti. Investitori finanziari, fondi di private equity, specializzati nel debito e turnaround, fondi sovrani (dai quali è atteso un impegno tra 200 e 300 milioni) più banche e altri privati in attesa delle scelte. Dall’individuazione del management con la nomina del board, alla definizione delle regole di investimento che dovranno seguire precisi binari di stampo privato. Poi si potrà partire.
Dal Granducato
Intanto la squadra al lavoro raccoglie manifestazioni di interesse. L’ultima novità viene dal Lussemburgo. Per la precisione dalla Banca europea per gli investimenti presieduta da Werner Hoyer. La Bei ha già fatto sapere di essere interessata a sottoscrivere circa 50 milioni della dotazione. Una mossa significativa. Per più ragioni. Primo, la Bei si sarebbe la prima istituzione internazionale di matrice europea a investire nella Società per azioni dedicata al turnaround, prima esperienza assoluta in ambito comunitario. Un esempio — secondo fonti della Commissione europea — che, se funzionerà come modello, si potrebbe anche replicare nel resto dei Paesi dell’Ue. La Bei non interverrebbe direttamente nel fondo. Il braccio degli investimenti sarebbe piuttosto il Fei, quel Fondo europeo per gli investimenti di cui la stessa Bei è il principale azionista.
In pratica l’intervento potrebbe avvenire anche attraverso quel «piano Juncker» in gestazione da tempo per rilanciare le economie dei singoli Paesi e le cui fondamenta sono state gettate la prima settimana di luglio. Partirà a settembre con una dotazione di 21 miliardi (di cui 16 miliardi dal bilancio Ue e 5 dalla stessa Bei), con un potenziale effetto leva pari a 15 volte fino al 2017. Quindi con un impatto teorico di 315 miliardi.
Focus Pmi
I 50 milioni che verrebbero destinati al Salva-imprese dalla Banca europea attraverso il Fei avrebbero un focus specifico: quello di fornire sostegno alle piccole e medie imprese bisognose di liquidità ma con i fondamentali . In linea con l’approccio strategico degli interventi del Fondo europeo. Si arricchisce così del gradimento della Commissione europea sotto le insegne della presidenza di Jean-Claude Juncker.
Ma il carnet è promettente. C’è l’impegno di partenza di Cdp. E su dossier si è affacciata Poste Vita il cui amministratore delegato Maria Bianca Farina non ha specificato l’impegno che comunque dovrebbe arrivare a 100 milioni. L’Inail ha manifestato interesse per un gettone fino a 200 milioni. Mentre fondi pensioni e casse di previdenza, tra cui l’Enpam dei medici, potrebbero versare altri 100 milioni. Come dire che i primi a farsi avanti sono — in larga parte — gli investitori garantiti. Quelli che accederanno a una «tutela» sull’80% del capitale investito. E poiché la garanzia dello Stato è onerosa (peraltro ancora tutta da definire), questa categoria di soci avrà un rendimento più stabile ma più basso. Gli investitori istituzionali non avranno garanzie ma rendimenti più elevati.
Poi ci sono le banche italiane — una decina — cui sarebbe stato richiesto un committment tra 200 e 250 milioni. La «chiamata» politica è arrivata alle grandi banche, Intesa Sanpaolo e Unicredit per prime, per le quali si ipotizza un intervento di 50 milioni a testa. Con la seconda che starebbe valutando l’impegno, in attesa di avere chiarezza su governance (rigorosamente privatistica), modalità e numero degli interventi del Salva imprese, nonché dei rendimenti a fronte degli investimenti.
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