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Salva imprese Com’è difficile bere il «ginseng di Stato» Proposta indecente: se si ripartisse dalla Gepi?

Lo si chiami traghetto verso acque più tranquille, come dice qualcuno dei potenziali aderenti privati. Oppure ginseng, come piace definirlo a Palazzo Chigi, inteso come corroborante per le imprese in difficoltà debitoria, ma non decotte sul piano industriale, anzi. Comunque sia, non ha un cammino facile. 
Il fondo Salva imprese, il nuovo strumento di turnaround (ristrutturazioni) pubblico-privato per iniettare benzina in quelle aziende dove la Cassa depositi e prestiti non può investire perché non hanno i conti in ordine, era previsto al via a cavallo dell’estate. È in ritardo, anche per il ribaltone ai vertici della stessa Cdp, che sarà l’investitore portante.
«Va un po’ a rilento», dice una banca che potrebbe aderirvi. Qualche perplessità nasce dal fatto che alcuni investitori privati, come Intesa e Unicredit con Kkr, hanno già costituito un analogo fondo proprio, ma la vera criticità è l’assegnazione del diritto di garanzia. Ci sono infatti due nodi delicati da sciogliere: la governance, cioè chi comanderà; e a chi dei soci andranno, appunto, le garanzie dello Stato.
Consigli e statuto
Sono centrali, perché consentono il rimborso in caso di fallimento dell’azienda nella quale si è investito. Ma chi ne avrà diritto? E per quanta parte dell’investimento (fino all’80%, dice il decreto del presidente del Consiglio del 4 maggio, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 25 maggio scorso)? Del fondo nascituro va poi ancora definito lo statuto, deciso quanta gente vi lavorerà, trovato il vertice e composto il consiglio di sorveglianza, quello di gestione, il comitato investimenti.
C’è un sacco di lavoro, insomma, per costruire la Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane (così si chiama). Finora l’unico passaggio completato è la manifestazione d’interesse non vincolante da parte di Cdp, deliberata il 16 giugno per un investimento fino a un miliardo. E l’affiancamento previsto di Inail e Poste Vita che dovrebbero apportare 200 milioni ciascuno: questo trio sarà il nocciolo pubblico. Mancano gli altri, i privati.
Finora la dotazione potenziale del fondo Salva imprese è dunque di 1,4 miliardi, su un minimo fissato in 830 milioni: 580 dai soci garantiti, 250 dai non garantiti. L’obiettivo è 1,5-3 miliardi. Aderenti cercasi, dunque. Fra le aziende in attesa ci sarebbe, da subito, l’Italtel, che si aspettava la convocazione entro l’estate: dovrà aspettare.
Ma i lavori procedono, assicura il Tesoro. Questa settimana sono previste riunioni tecniche per definire composizione del fondo e apertura ai privati. Ed è in corso la consultazione con banche e fondi di private equity, visti anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti.
«Pensiamo che in settembre sarà stata definita la struttura — dice Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan —. Il fondo sarà pronto per partire entro l’anno. È un ricostituente per il sistema industriale italiano, un ginseng che diamo alle imprese che hanno prospettive molto buone ma per vari motivi, carenze di strategia, recessione, fattori esterni, hanno un bilancio compromesso. È un fondo privato e agirà come tale: non c’è una lista d’investimenti del governo. Gli interventi saranno valutati in completa autonomia dai dirigenti del fondo. Si sta definendo lo statuto».
Vertice e vincoli
Per la scelta del vertice, come su tutto il resto, è al lavoro il consulente Vitale & Associati. Il profilo? «Un manager indipendente di grande esperienza, che sappia intervenire con vigore su situazioni difficili». La ricerca non è ancora partita.
I soci pubblici dovrebbero comunque coprire fino al 70% e i privati almeno il 30%. Due i gruppi di soci, infatti, i garantiti e i non garantiti. I primi sono di lungo periodo, «capitale paziente»: Cdp e i fondi pensione, risarciti in caso di crac. I secondi sono i fondi di private equity, di ristrutturazione e le banche.
«Questa composizione è voluta per garantire investimenti di lungo termine e l’esperienza dei fondi di ristrutturazione — dice Pagani —. Le società potenzialmente interessate sono numerose, in tutta Italia. Se riusciamo a costruire un mercato del turnaround queste imprese aprono il capitale, rinnovano i manager, si aggregano, diventano più forti». In seguito sarebbero quotate in Borsa, o cedute ad altri. Le banche creditrici, è il ragionamento, avrebbero tutto da guadagnare dalla ripresa delle aziende indebitate.
Poiché la linea del fondo, pur escludendo investimenti di minoranza, è prudente e rispettosa — durata 10 anni, redditività annua (Irr) di mercato, ma distante dal 25% di alcuni fondi di private equity — le aziende sarebbero disponibili. Fra i candidati, secondo fonti, c’è l’Italtel guidata da Stefano Pileri, che prevede il pareggio quest’anno. Due le calamite: il fondo Salva imprese entrerebbe con aumento di capitale riservato e il suo compito sarebbe rinegoziare il debito. Se investisse in Italtel, poniamo, 70 milioni, potrebbe avere il 55% dell’azienda, a fianco dell’attuale socio Cisco (diluito al 30% del restante 45%). Ma l’incognita per Cdp e gli altri investitori pubblici è il costo della garanzia, che non è gratis. Dovranno dire per quanta parte del loro investimento sono interessati ad averla e quanto, in interessi parametrati ai Btp, sono disposti a pagare; il Tesoro dirà quanto è disposto a concedere e a che prezzo. Altra condizione è che i capitali privati arrivino al 30% del fondo. Per fortuna, dice un’azienda, l’ok di Cdp è partito prima del ribaltone.
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