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Salva imprese A.A.A. 2 miliardi cercansi I soldi dei Riva per finanziare l’Ilva? Fermi in Svizzera

Nella lunga marcia verso la nascita della società di turnaround , che ha la missione di rilanciare aziende in difficoltà ma con prospettive di risanamento, il decreto legge sulla garanzia concessa dallo Stato a parte degli azionisti è una tappa fondamentale, perché permette di presentare agli investitori un progetto compiuto e non semplici dichiarazioni d’intenti. 
Adesso il testo del provvedimento è stato messo nero su bianco, con dieci articoli che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è pronto a firmare e che recepiscono il lavoro di Piergaetano Marchetti, incaricato di preparare lo statuto. A questo punto c’è una forte accelerazione su due aspetti: la ricerca degli azionisti e la selezione dell’amministratore delegato che guiderà la società.
La raccolta
L’obiettivo è ambizioso: la raccolta fino a 1,5-2 miliardi di euro. In parte arriveranno dai soci che attiveranno la garanzia dello Stato, interessati a rendimenti certi anche se di rilevanza minore. Ma il successo dell’operazione dipende dal coinvolgimento d’investitori disposti a versare capitali di rischio e che, come prevede il decreto, avranno un ruolo decisivo nelle scelte d’investimento e nelle nomine. Meglio se ci saranno investitori esteri, che aumenterebbero il tasso di credibilità dell’operazione garantendo che non si trasformi in una sorta di nuova Gepi, nata nell’era della Prima Repubblica per il rilancio d’imprese ancora vitali e finita come finanziatrice di aziende decotte.
La proporzione tra i due tipi d’investitori, ovviamente indicativa, si ricava dall’ultimo comma dell’articolo 3 del decreto in arrivo. Dice così: «L’efficacia delle garanzie concesse è subordinata alla condizione che siano stati assunti impegni di sottoscrizione del capitale della società per un importo complessivo almeno pari a 580 milioni di euro da parte d’investitori che intendono beneficiare della garanzia dello Stato e per un importo almeno pari a 250 milioni di euro da parte d’investitori che non intendono beneficiare della garanzia dello Stato». La sostanza è che la parte pubblica mette più soldi mentre i privati sono determinanti nella governance, che nei turnaround necessita di sacrifici e scelte di ridimensionamento dolorose, non facili da prendere per società pubbliche legate alla politica, influenzabile per motivi elettorali.
Nell’attesa che il governo incassi le adesioni definitive è praticamente certo, a fianco della Cassa depositi e prestiti, motore dell’iniziativa, il coinvolgimento dell’Inail. Così come ci sono i presupposti per l’entrata in campo delle due banche maggiori, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Non ci sono però decisioni prese.
La partecipazione, nel caso, avverrebbe sottolineando un passaggio con la matita rossa: sarà un’operazione di mercato e non da banca di sistema. Un distinguo che vede particolarmente sensibile l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina.
La presenza delle banche, nel caso venga confermata, fa capire meglio le ragioni di un passaggio del decreto legge in arrivo e dello statuto, che fa riferimento a «una disciplina volta ad una rigorosa gestione dei conflitti d’interesse» (comma d dell’articolo 3). La società di turnaround , infatti, dovrà selezionare le imprese su cui puntare e non dovrà esserci neppure il sospetto che per le banche la priorità sia il volersi liberare dei crediti concessi e compromessi dalla crisi aziendale.
Decisiva, per il successo dell’iniziativa, è la scelta del management. E, in particolare, dell’amministratore delegato. La pratica è seguita personalmente da Andrea Guerra, l’ex amministratore delegato di Luxottica che nel ruolo di consulente della presidenza del consiglio ha fortemente voluto la società per il rilancio d’imprese ancora vitali, e dall’amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini.
In più Guerra, peraltro abituato a decidere in solitudine, si è concesso qualche riflessione con Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, un banchiere esperto e che conosce molto bene perché è stato a lungo nel consiglio di amministrazione Luxottica come indipendente.
La verità è che è ancora troppo presto per scelte definitive. Anche perché, sempre come stabilisce l’articolo 3, «la nomina dei soggetti cui sono attribuiti poteri gestionali di livello apicale» al vertice della società di turnaround è prevista con «il concorso determinante della maggioranza dei componenti degli organi sociali competenti designati dagli azionisti che non si avvalgono della garanzia dello Stato», cioè con un ruolo chiave degli azionisti privati, che devono ancora arrivare.
I nomi
Di sicuro, nonostante ciò, un paio di nomi circolano con insistenza: Maurizio Cereda, l’ex vice direttore generale di Mediobanca, uscito nei mesi scorsi, e Luigi Gubitosi, l’attuale direttore generale della Rai. Ma Cereda ha già un portafoglio ricco di opportunità e Gubitosi è considerato il candidato perfetto per un discreto numero d’incarichi al vertice di società dell’area pubblica. C’è poi una terza candidatura, Leone Pattofatto, oggi responsabile gestione partecipazioni Cdp, ma la sua nomina avrebbe un effetto in controtendenza con l’impostazione generale: avvicinerebbe Cdp alla società di turnaround , mentre fa di tutto per giocare il ruolo di semplice portatore d’acqua.
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