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Salini “Piano Marshall da 100 miliardi per rilanciare l’Italia”

MILANO — «È stata un’assemblea necessariamente virtuale, nella forma, ma molto reale nella sostanza, un’assemblea che ha lanciato un nuovo soggetto, Webuild, che ha come sottostante la visione industriale di Progetto Italia». Per Pietro Salini, amministratore delegato del gruppo, è un giorno importante: sono ripartiti i cantieri che avevano dovuto fermarsi qualche giorno e la missione di crescita è ancora più netta, a partire dal nuovo nome. Ma rispetto al contesto da cui il progetto era nato, è più forte l’emergenza.
Cosa serve per la fase 2?
«Occorre un programma di infrastrutture per rilanciare lo sviluppo del paese. Un grande piano, che metta in movimento il lavoro. E poi, quello che più occorre, bisogna far ritornare la fiducia, obiettivo che si ottiene solo facendo ripartire l’occupazione. Abbiamo molto risparmio privato, fermo per assenza di fiducia, ci vuole un nuovo piano Marshall. Noi ci siamo».
Salini-Webuild ha messo la sua firma sul Ponte di Genova, quali saranno gli altri passi?
«Vorrei ricordare che siamo un gruppo che ha formalizzato l’offerta su Astaldi, le cui prossime tappe saranno la decisione finale del tribunale, immagino nell’udienza del 26 giugno, seguita in autunno dall’aumento di capitale che vedrà il nostro ingresso. Poi, a tendere, si avvierà operativamente la fusione.
Ma quello che conta sono i numeri: insieme ad Astaldi abbiamo un portafoglio ordini aggregato di 42,5 miliardi, abbiamo realizzato quasi 1.000 chilometri di ponti e 13.600 di ferrovie, abbiamo costruito 80.000 chilometri di strade e autostrade sufficienti a fare quasi due volte il giro della terra. Insieme possiamo vantare un’esperienza unica, a livello mondiale. Ora è importante che l’Italia possa giocare le sue carte, in condizioni di parità con la concorrenza».
L’emergenza coronavirus non è solo italiana.
«Certamente no, però la crisi è di dimensioni tali che il paese non la può affrontare senza cambiare. Il rischio è di perdere tutto quello che hanno costruito le due generazioni precedenti. Prenda le pensioni, le diamo per scontate ma non è così.
Smettiamo di pensare che non si possa reagire: è una tempesta gigantesca, non si può far finta di niente».
Anche prima diceva che era urgente far ripartire i grandi lavori.
«C’era una grande emergenza anche prima, ma il paese non se ne accorgeva. Confido che chi deve assumere decisioni le assuma. Non ci resta molto tempo».
Ma dove si trovano le risorse?
«I soldi ci sono, anche sotto questo punto di vista non abbiamo più scuse. Prima ci trinceravamo dietro i vincoli comunitari, il rispetto dei parametri di bilancio, le risorse che non c’erano. Adesso queste ragioni sono saltate, la Ue non ci impone più il rispetto del Patto di Stabilità, ci sono i fondi del Mes, che dovremmo assolutamente accettare visto che non ci sono condizioni; e tra l’altro in molti casi si tratta di soldi nostri, che ritornano a noi. L’importante, ripeto, è non perdere tempo: quello che deve essere fatto deve essere deciso e speso da qui a fine anno, non oltre».
Cosa ha in mente?
«Noi abbiamo davanti una crisi che vale 4-500 miliardi. Io penso ad un grande piano di investimenti pubblici, che movimentino 100 miliardi di risorse. Tenendo presente che la spesa pubblica ha un moltiplicatore di 5, in questo modo raggiungeremo lo scopo. Le faccio alcuni esempi: dieci miliardi servono per le manutenzioni, 28 miliardi sono di infrastrutture già iscritte a bilancio, che vanno solo sbloccate e dunque non costano denaro aggiuntivo; un’altra trentina di miliardi di nuove infrastrutture possono essere coperti con i fondi comunitari di coesione, che non abbiamo mai usato, ma che sono a disposizione; 7-8 miliardi per il piano scuole. Ripeto, i fondi ci sono, e per la parte che resta scoperta possiamo indebitarci: ora non abbiamo nemmeno più i vincoli europei».
Lei continua a dire che almeno una parte di quei fondi erano già a
disposizione: perché è stato così difficile utilizzarli?
«Perché dobbiamo uscire dalla logica della punizione, della ricerca dell’errore e dal timore che blocca le decisioni. Da noi si cerca di punire gli errori, invece dei criminali. Ma chiunque lavora commette errori. In altri tempi l’Italia ha fatto l’unità del paese attraverso le infrastrutture. Un po’ di buonsenso aiuterebbe: dobbiamo cogliere a tutti i costi questa grande occasione di investimento e di rilancio del paese».
Quali progetti avete per questa fase di emergenza?
«Abbiamo lanciato due idee: una per la costruzione di ospedali dedicati al coronavirus: diecimila posti letto, con una spesa di un miliardo e mezzo, pronti entro l’anno, nel disgraziato caso che l’epidemia riprenda; e poi la creazione di una società di scopo, nazionale, cui aderiscano tutte le imprese di costruzione che vogliono, per partecipare ad una gara, unica, per la manutenzione di tutto il paese. Ripeto, noi ci siamo».
Anche i decreti sulla liquidità sono un aiuto ad investire.
«Per aumentare la liquidità la pubblica amministrazione potrebbe partire con i pagamenti delle fatture. Non si può far aspettare 140 giorni prima di saldare i conti e magari dire agli imprenditori di indebitarsi. Noi sopravviviamo anche a questi tempi lunghi, i più piccoli no».
Che fine ha fatto il progetto di aggregare altri gruppi a Progetto Italia, a partire da Pizzarotti?
«Webuild è un progetto aperto.
Certo, dipende da chi vuole entrare a farne parte. Noi comunque siamo interessati solo ai grandi lavori, non alle concessioni».

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