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«Salini-Impregilo diventa più americana Dal Ponte sullo Stretto 10 miliardi all’Italia»

MILANO Con l’acquisizione dell’americana Lane, primo produttore (non quotato) di asfalto e costruttore autostradale per 406 milioni di dollari, il gruppo Salini-Impregilo — che in Usa controlla già S.A. Healy — sposta ancora più lontano dall’Italia il baricentro del gruppo. Già oggi nel colosso delle costruzioni che sta ultimando il raddoppio del Canale di Panama l’Italia pesa solo l’11% del fatturato (cresciuto nei 9 mesi dell’8,4% a 3,37 miliardi). E peserà anche meno dopo l’imminente vendita della Todini. «Stiamo scendendo in Italia perché sale la quota dell’estero», spiega Pietro Salini, amministratore delegato e primo azionista del gruppo. «Tanti Paesi vogliono migliorarsi e necessitano di grandi infrastrutture. Oggi siamo in piu di 50 Paesi con circa 35 mila dipendenti, e con questa acquisizione potenziamo una presenza importante sia per il mercato Usa, che ha enorme bisogno di rinnovare le proprie infrastrutture — il Congresso ha appena messo sul piatto oltre 300 miliardi per strade e ponti — ma anche come hub verso Canada e Messico e trampolino verso l’Australia .
Fonderete Lane con la vostra società Usa?
«Oggi l’idea è mantenere tutto separato. E devono rimanere società americane. È possibile la quotazione a New York. Ma è presto per parlarne. Con Lane tutto il gruppo diventa più visibile al mercato degli investitori Usa. Con gli 1,5 miliardi di fatturato di Lane, Salini-Impregilo arriva a un giro d’affari di oltre 6 miliardi di euro, un gruppo globale focalizzato in grandi infrastrutture: dighe, autostrade, metro, ferrovie, idroelettrico».
Avete quasi centrato l’obiettivo di 7 miliardi di fatturato entro il 2017. Ora lo aggiornerete?
«Il nuovo piano lo avremo a marzo-aprile. Al 2019 potremmo collocarci oltre 9 miliardi di fatturato ma lo vedremo con il nuovo piano industriale. La nostra crescita è stata tumultuosa: come Salini nel 2001 fatturavamo 75 milioni, e circa 600 come Impregilo. Anche l’organizzazione sta crescendo come spessore, metodo, procedure, controlli. E la dimensione conta anche per le professionalità che si possono attrarre».
Il premier Matteo Renzi ha aperto al Ponte sullo Stretto, per il quale avevate vinto la gara. Ma lo ha rinviato di fatto alle calende greche.
«Alle calende greche? Non credo. Renzi ha detto due cose importanti su cui sono d’accordo: non può essere fatto prima di dare l’acqua a Messina o di aver risolto i problemi immediati di quelle terre. Ma sono problemi di carattere diversi: uno quotidiano, l’altro strategico. Lo stretto separa 5 milioni e mezzo di siciliani, la Sicilia è grande come la Danimarca. Se non investiamo per collegare l’Europa alla Sicilia — non la Sicilia all’Europa —, perdiamo una occasione straordinaria. Pensi: si raddoppia il canale di Suez, aumentano i traffici davanti alla Sicilia, ma le merci via mare devono arrivare fino a Rotterdam per tornare poi magari in Sicilia, mentre potremmo farle partire da Palermo e distribuirle da lì in Europa. Ma per farlo serve il Ponte».
Voi stimate che il Ponte si auto-ripaghi.
«Abbiamo una stima interna secondo la quale il Ponte si può fare tutto finanziato dai privati utilizzando la norma sulla defiscalizzazione dei ricavi del Ponte, dei contributi e altre voci. Con un ammontare modesto — 1,5 miliardi di tasse non pagate, non di contributi versati dallo Stato — potremmo ottenere 10 miliardi per lo Stato tra maggiori tasse, imposte dirette, mancati contributi alla disoccupazione. E sono solo i ricavi diretti. Il Ponte darebbe lavoro a 40 mila persone. Ed essendo parte del corridoio europeo, potrebbe accedere ai finanziamenti del piano Juncker».
Intanto state portando avanti la causa per il pagamento della penale per la cancellazione del vecchio contratto.
«Potremmo decisamente guadagnare di più vincendo la penale — oltre 1 miliardo a livello del consorzio Eurolink, di cui Impregilo è parte rilevante — anche se trovo pazzesco, per l’ordinamento legale del Paese, che si possa cancellare un contratto tra privati con il fine di abolire la penale prevista. Noi siamo disponibili a rinunciare alle penali e a ricominciare. Vogliamo lavorare, non incassare penali per cose di cui il Paese ha grande necessità. Il Ponte non è né di destra né di sinistra. Serve ai siciliani e agli italiani. Dobbiamo capire che senza infrastrutture competitive non si va da nessuna parte. Speriamo che non si sprechi un’occasione come questa. E speriamo che non si torni al dibattito sugli uccelli o sui pesci. In commissione ambiente al Senato hanno portato uno studio secondo cui l’ombra del Ponte farebbe venire il mal di testa ai pesci pelagici. Ecco, questa gente dovrebbe occuparsi d’altro».

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