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Sale la tensione sulle Borse: giù i bancari

I mercati faticano a prendere le misure all’affaire Cipro e le reazioni nervose di ieri (dopo quelle altrettanto contrastanti di lunedì) sono una testimonianza evidente della difficoltà degli operatori a valutare l’impatto del salvataggio e l’eventuale effetto «contagio» nel resto d’Europa. Fino a metà giornata i rischi sembravano da minimizzare, come peraltro continua a sostenere la maggior parte degli analisti finanziari che si sono pronunciati dopo l’annuncio della decisione del prelievo forzoso sui conti correnti: le Borse europee «galleggiavano» non lontane dai valori della vigilia così come l’euro, Wall Street apriva in rialzo e la forbice di rendimento fra i titoli di Stato italiani e tedeschi si manteneva pressoché invariata.
Nel pomeriggio la nuova svolta: gli investitori iniziano di nuovo a vendere euro (che scenderà poi ai minimi da novembre sul dollaro, come si legge nell’articolo sotto), le azioni europee e i titoli di Stato «periferici», trovando rifugio nel «solito» Bund. Tutto avviene quando sul mercato iniziano a diffondersi le voci di un probabile voto contrario del parlamento cipriota al piano di salvataggio (e quelle, poi smentite, delle dimissioni del ministro delle Finanze Michael Sarris). Chi iniziava già a valutare come poco influente sul resto d’Europa la decisione sui depositi si ritrova quindi di fronte a una nuova fase di incertezza derivante dall’assenza, almeno per il momento, di un «piano B».
Così si può probabilmente spiegare il ritorno dell’avversione al rischio, che ha finito per far risalire i rendimenti del decennale italiano fino al 4,72% (e lo scarto con la Germania a 338 punti base), quelli spagnoli al 5,03% (spread a 369); per provocare la discesa dell’euro fino a un minimo di 1,2844 dollari e il passo indietro delle Borse. Madrid ha ceduto il 2,13%, Milano l’1,59%, Parigi l’1,18% e Francoforte lo 0,75%, con i bancari in tensione (-2% l’indice settoriale europeo) nel giorno in cui fra l’altro i «test» dell’European banking authority rivelano a livello continentale ancora un fabbisogno di capitale di oltre 112 miliardi di euro per soddisfare i requisiti di Basilea 3.
Il fatto che poi all’ufficializzazione del «no» al piano di salvataggio da parte del parlamento di Nicosia (giunta quando imercati europei erano già chiusi) gli investitori abbiano reagito in maniera apparentemente contraddittoria (hanno riacquistato l’euro, facendolo risalire dai minimi di giornata) dimostra in fondo quanto poco chiare siano le idee sulla situazione cipriota, che a questo punto si muove sempre più in territorio «inesplorato». La Bce, da parte sua, ha immediatamente preso atto della decisione e confermato «l’impegno a garantire la liquidità necessaria entro il quadro delle regole previste», ma nessuno ha idee chiare su quali saranno le prossime mosse.
Anche per questo la giornata di oggi (nella quale inizieranno oltretutto anche le consultazioni per la formazione del governo italiano) si preannuncia di nuovo all’insegna della massima incertezza. A distogliere l’attenzione, almeno momentaneamente, potrebbe essere l’esito della riunione della Federal Reserve con le indicazioni sulla politica monetaria Usa. In attesa di possibili novità sul «quantitative easing», New York ha preferito la prudenza: l’S&P 500 ha ceduto lo 0,24% e il Nasdaq lo 0,26%.

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