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Sale la speculazione: l’argento ai massimi, nuovo rialzo dei T-bond

di Morya Longo

L'oro tocca il massimo storico, a 1.518 dollari l'oncia, per poi calare leggermente in serata. Anche l'argento è arrivato ieri al record degli ultimi 30 anni, a 49,82 dollari. Idem per gli altri beni rifugio per antonomasia: i titoli di stato Usa. I loro rendimenti sono infatti sui minimi storici per le scadenze semestrali, e sono molto bassi (al 3,36%) anche per quelle decennali: segnale di forti acquisti. Se si guardassero solo questi tre mercati (oro, argento e T-Bond) si direbbe che gli investitori sono in preda al panico e in cerca di rifugi sicuri. Il problema è che se si guarda altrove, si avrebbe la sensazione diametralmente opposta.

Perché mentre l'oro vola ai massimi storici, anche la Borsa americana corre fino al record degli ultimi 3 anni: ieri l'indice S&P è lievemente arretrato (-0,16%), ma resta pur sempre in rialzo del 6% da gennaio. Ieri i listini europei erano chiusi, ma anche loro sono in crescita del 5% da inizio anno. Per non parlare dei bond high yield, quelli così rischiosi da essere solitamente appellati con il termine "spazzatura": sono talmente gettonati che i loro rendimenti – secondo l'indice di Bank of America – si trovano sui minimi storici (7,27%).

Insomma: gli investitori comprano tutto e il contrario di tutto. Beni rifugio e attività iper-rischiose. Sono ormai alla pesca a strascico. E i prezzi salgono ovunque. Perché? Di motivi se ne possono trovare tanti, ma uno solo è probabilmente quello giusto: è tutta speculazione. Panna montata. Figlia della grande liquidità.

Il carry trade

Esiste un giochetto che, durante questi anni di crisi, è tornato di gran moda: si chiama carry trade. I grandi investitori si indebitano dove i tassi d'interesse sono bassi (come negli Stati Uniti o in Giappone), per poi comprare bond o azioni con tassi più elevati. Che questo giochetto sia tornato in voga lo si capisce dal fatto che il dollaro continua a calare: ieri ha chiuso sostanzialmente invariato a 1,4582 contro euro, ma la perdita da inizio anno è dell'8,30%. La spiegazione ufficiale a questo fenomeno è che la Federal Reserve terrà i tassi bassi a lungo, soprattutto dopo le prospettive «negative» sul rating degli Stati Uniti segnalate da Standard & Poor's. I mercati sono in attesa però di capire cosa annuncerà la Federal Reserve domani.

Ma la spiegazione probabilmente più vera è un'altra: il calo del dollaro dipende dal carry trade. Gli investitori di tutto il mondo si indebitano infatti in dollari (proprio perché scontano tassi stabili allo zero) e poi comprano titoli altrove: in questo modo vendono dollari e comprano altre valute. Per questo il biglietto verde si deprezza e, calando, fomenta ulteriormente la speculazione del carry trade. Il circolo si autoalimenta.

L'effetto sui mercati

Anche una giornata come quella di ieri, in cui erano chiusi i mercati europei, ha confermato il trend. Gli acquisti hanno bersagliato oro, argento e T-Bond. Wall Street, con volumi bassissimi quasi-festivi, ha leggermente tirato il fiato, ma alla fine ha sostanzialmente chiuso stabile. A frenarne lievemente la corsa sono stati i conti di Kimberly-Clarck (molto sensibili al rincaro delle materie prime): il gruppo ha rivisto al ribasso le previsioni sugli utili. Ma tutto questo è probabilmente solo il contorno della grande speculazione del carry trade.

Gli investitori stanno aspettando di sapere cosa comunicherà la Federal Reserve mercoledì, quando il presidente Bernanke potrebbe annunciare la fine del quantitative easing (le maxi-iniezioni di liquidità) ma potrebbe confermare gli acquisti di titoli di stato finanziati con le scadenze di titoli. Se il messaggio di Bernanke sarà accomodante, per gli investitori il segnale sarà chiaro: la speculazione del carry trade potrà continuare. Altrimenti…se ne troverà un'altra.

 

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