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Sale il rendimento del Bund

Quando il mare si calma e le onde si placano, il salvagente non serve più. O serve meno. È questa la logica che da lunedì scorso ha fatto bruscamente lievitare i rendimenti dei Bund tedeschi, i “salvagenti” finanziari a cui tutti si aggrappano quando in Europa tira una brutta aria. Da lunedì a ieri, grazie alla sfilata di indicatori economici positivi, i Bund decennali hanno registrato un aumento dei tassi d’interesse di 0,16 punti percentuali, arrivando all’1,68%: movimento più brusco rispetto a quello registrato dai BTp italiani (il cui rendimento è lievitato di 0,07 punti percentuali), dai titoli di Stato francesi (+0,09) e dai titoli spagnoli (invariati). Tanto che lo spread Spagna-Germania è sceso sotto i 300 punti base e quello Italia-Germania è arrivato a 272. In brusco rialzo (di 13 centesimi) anche i rendimenti dei T-Bond Usa.
Questo significa che gli investitori hanno venduto i Bund e i T-Bond, cioè i salvagenti, più di tutti gli altri titoli di Stato: questo ha fatto scendere i loro prezzi e salire i loro rendimenti più velocemente. Il problema è che alle vendite di Bund, dovute al miglioramento del clima economico e politico in Europa, non hanno fatto da contraltare acquisti sui BTp italiani o su altri titoli: gli investitori si sono invece dirottati sulle Borse, escludendo la seduta di ieri. Questo comportamento svela forse quello che pensano: qualche schiarita in Europa c’è, ma fino a un certo punto. La fiducia appare insomma di breve periodo. In cerca di conferme.
La schiarita in Europa
La settimana scorsa si era chiusa con l’incubo della crisi di Governo in Portogallo, ma lunedì le rassicurazioni del presidente Anibal Cavaco Silva (il Governo resterà in carica «fino alla naturale scadenza») hanno rasserenato gli animi: il Paese, che ha un deficit al 7,1% del Pil e un debito pubblico al 123%, agli occhi degli investitori non poteva certo permettersi di abbandonare le politiche di risanamento. Le rassicurazioni di Silva, insomma, hanno allontanato la paura che il Portogallo possa finire come la Grecia. Questo è stato il primo elemento che ha rasserenato gli animi sui mercati. Poi sono arrivati i dati economici, soprattutto gli indici Pmi (cioè dei direttori acquisti delle aziende) di mercoledì: per la prima volta da 24 mesi le imprese europee sono tornate a vedere rosa. Ottimo segnale, sebbene da confermare in futuro con altri dati. E ieri l’indice Ifo tedesco, ma anche quello della fiducia dei consumatori italiani, hanno confermato gli spiragli.
Di fronte a questi eventi, nella testa degli investitori e degli economisti sono balenati due pensieri. Uno: se lo scenario in Europa migliora, o quantomeno smette di peggiorare, non ha più senso comprare beni rifugio come i Bund tedeschi. Due: la Bce difficilmente ridurrà i tassi d’interesse nel futuro più immediato. Morale: le vendite sui Bund sono state consistenti. E, per via di positivi indicatori anche negli Usa, lo stesso è accaduto ai T-Bond. Altrettanto vivaci sono stati invece gli acquisti di azioni: dalla chiusura di venerdì scorso il listino di Madrid ha guadagnato il 4,26%, quello portoghese il 3,05%, Piazza Affari quasi il 2%. Wall Street viaggia sui massimi storici. In calo invece dello 0,4%, dalla chiusura di venerdì, la Borsa di Francoforte. Solo ieri, con alcuni dati economici deboli arrivati dalla Cina, sono scattatte le prese di profitto. Ma si tratta di movimenti, alla fine, minimi: Piazza Affari, per esempio, ha chiuso in calo dello 0,07%.
Fuoco di paglia?
In realtà i rischi restano elevati. Da un lato crisi politica in Portogallo, come in altri Paesi del Sud Europa, non può dirsi scongiurata del tutto. Dall’altro i dati economici di questi giorni, seppur positivi, non possono da soli indicare la fine del tunnel: più che una ripresa, lasciano per ora pensare a un rallentamento della caduta economica. Anche i buoni risultati aziendali negli Usa potrebbero avere il fiato corto: sono infatti stati raggiunti in gran parte con il taglio dei costi e non con l’aumento del fatturato, come dimostra il fatto che i margini sono sui massimi da molti anni. Insomma: la settimana ha dato modo agli investitori di breve periodo di muoversi un po’ sull’onda dell’ottimismo, ma è certo presto per dire se i mercati siano di fronte a un nuovo trend positivo.
Anche il giudizio delle agenzie di rating è spesso fuori sincrono rispetto a come si muovono i dati macro dei diversi Paesi. Sul tema è intervenuto anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, dopo le valutazioni in negativo su alcune banche italiane diffusa da S&P. «Sulle valutazioni delle agenzie di rating – ha dichiarato – io conservo sempre qualche dubbio. Non prenderei sul serio questo». «Non dimentichiamo comunque – ha detto ancora – che il nostro è un Paese forte, è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, la quinta potenza esportatrice al mondo e la settima potenza economica al mondo. Le agenzie di rating possono dire quello che vogliono. Non ho dimenticato che c’è stata qualche agenzia di rating che dava la tripla A ad una banca che in due giorni è fallita».

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