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Salario minimo, decisione alle parti

Stralciare il salario minimo dal pacchetto di quattro Dlgs che saranno approvati dal governo la prossima settimana, in attuazione delle deleghe del Jobs act, per dare tempo alle parti sociali di trovare un’intesa su questo “spinoso” capitolo e su tre tematiche più ampie: la riforma del modello contrattuale – con il baricentro sulla contrattazione decentrata – l’attuazione delle nuove regole sulla rappresentanza e la partecipazione.
L’opzione è allo studio del governo, secondo quanto ha annunciato Tommaso Nannicini, responsabile del nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica di Palazzo Chigi, ieri ad un seminario della Fim-Cisl: «Intendiamo consegnare il salario minimo ad un confronto serrato tra le parti sociali – ha detto – che deve affrontare i quattro temi, perchè tutto si tiene. Gli stimoli che arriveranno dalle parti sciali serviranno al governo per intervenire». Sì al dialogo, dunque, ma «l’orizzonte temporale non può essere infinito»; secondo lo schema tracciato da Nannicini il confronto dovrebbe concludersi a settembre, «in tempo utile per dare le risposte adeguate nella legge di stabilità sul fisco e gli incentivi alla contrattazione decentrata». La delega prevede l’introduzione «eventuale in via sperimentale del compenso orario minimo», per lavoro subordinato e collaborazioni coordinate e continuative in settori non regolati da contratti collettivi firmati dalle parti sociali più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione.
Tra i Dlgs che avranno il primo via libera del consiglio dei ministri c’è quello sul riordino della cassa integrazione, ispirato al principio del bonus malus, secondo cui le imprese pagano in base all’utilizzo. Le piccole imprese con oltre 5 dipendenti che finora non pagavano nulla per la cassa in deroga (finanziata dalla fiscalità generale), avranno a carico un’aliquota che si ipotizza sarà dello 0,45%; sullo stesso livello si potrebbe fissare l’aliquota del fondo residuale Inps (oggi dello 0,50%). Le imprese che pagano l’1,90% e quelle con più di 50 dipendenti che versano il 2,20% avranno uno “sconto” del 10%, pagheranno rispettivamente 1,70% e 2%. È prevista una maggiorazione del 15% sulle addizionali a carico delle imprese che ricorrono all’ammortizzatore. Novità anche per il Dlgs sulle politiche attive: la creazione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione avverrà in due fasi. «Inizialmente avrà un compito di coordinamento e indirizzo per avere politiche attive omogenee – ha aggiunto Nannicini -, non si possono avere venti modelli diversi sul territorio. Poi, a riforma del Titolo V completata, l’Agenzia avrà un compito anche gestionale, con il coinvolgimento di soggetti pubblici e privati, compresa la bilateralità e il no profit».
Quanto alla Cisl, per Gigi Petteni, «le parti sociali devono accettare la sfida e cercare un accordo sui quattro capitoli presentandosi al governo con una proposta per trattare, altrimenti sarà l’Esecutivo ad agire». Marco Bentivogli (Fim-Cisl) ha espresso «forti timori» sulla revisione degli ammortizzatori che «hanno garantito la tenuta sociale nel picco della crisi», e lanciato l’allarme: «vi sono importanti accordi sindacali di ristrutturazione e di crisi che si fondano sugli attuali strumenti e che finirebbero per saltare di fronte a interventi che non ne tengano conto. Serve gradualità per evitare un nuovo pasticcio come quello delle pensioni del governo Monti, che produsse il problema degli esodati».

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