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Saipem in vendita tra Fsi e soci stranieri

Il tempo non è amico di Saipem. La Borsa punisce senza pietà l’incertezza strategica e l’azione ieri ha perso il 4,32% a 12,3 euro (-35% in sei mesi), limando la capitalizzazione a 5,44 miliardi. Sempre più vicina ai 5,13 miliardi di debiti netti della trimestrale, con un rapporto di leva 1 a 1 non sostenibile a lungo. Serve nuovo capitale per far fronte agli alti rischi e investimenti tipici delle costruzioni petrolifere. Ma il management guidato da Umberto Vergine e l’azionista Eni, che ha il 43% e da fine luglio è ufficialmente venditore, non se la sentono di fare il blitz, magari con un aumento riservato, o comunque non seguito da Eni per diluirla sopra la soglia Opa (30%). Sembra che l’ad tema il veto dei consiglieri di minoranza, espressione del mercato: anche se guardando il grafico è difficile pensare che il mercato gradisca lo status quo. Dal canto suo, il capo dell’Eni Claudio Descalzi il 5 novembre in Parlamento ha detto: «Non abbiamo fretta di vendere Saipem, perché ora il mercato è un po’ calante». È un fatto di soldi: oggi il pacchetto dell’Eni vale 2,33 miliardi, due anni e due allarmi utili fa, con l’azione a 39 euro, vendere fruttava almeno 7 miliardi.
La ristrutturazione di capitale, debito e azionariato Saipem si farà quindi l’anno prossimo. Solo che gli auspici non sono buoni: come ha detto il management presentando i conti dei nove mesi (chiusi in utile ma riducendo le stime per l’esercizio) «le condizioni avverse di mercato potrebbero continuare nel 2015». Sbrigliare la matassa potrebbe diventare una grana, anche per il Tesoro che tramite Cassa depositi controlla l’Eni. L’ufficializzazione del mandato a Lazard fa capire che dietro le quinte ci si prepara. «Eni non ha dato alcun mandato a Lazard di studiare il debito Saipem: l’ha dato Saipem», così ieri Massimo Mondazzi, cfo di Eni, a margine di un incontro di S&P sulle utilities. La capogruppo aveva già nominato Credit Suisse, per separarsi da Saipem. Ora la banca d’affari francese dovrebbe imbastire il rifinanziamento del debito Saipem, quasi integralmente “girato” da Eni che ha un rating migliore (anche dell’Italia). Rendersi autonoma nei crediti costerà fino a 50 milioni di maggiori oneri a Saipem, ma è un passo necessario per poi trovare nuovi soci. Lazard pensa, come già in simili occasioni (Snam, per stare in casa Eni) a un pool nutrito, con una decina di banche tra cui probabilmente Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Bnp Paribas, Goldman Sachs. Ma quello del debito è un passaggio più tecnico: la mossa delicata è sul capitale, poiché getta le basi del futuro comando entro una società con connotati strategici e che al Tesoro molti vorrebbero mantenere italiana. Per questo tra Roma e San Donato si prepara una soluzione “domestica”, che vedrebbe scendere in campo il Fondo strategico della Cdp. Ma la Cassa non può fare un sol boccone di Saipem, perché a differenza di quanto accaduto con Snam e Terna la sua attività non è regolata ed è anzi rischiosa (vedi le tangenti in Algeria, o il futuro di South Stream) quindi senza remunerazione certa. Per questo il Fondo cerca compagnia: o un partner industriale o qualche fondo sovrano di paesi produttori di idrocarburi. Tipo i fondi del Qatar e del Kuwait, già partner di investimenti dell’ad Maurizio Tamagnini.
Volgendo gli occhi all’esterno, comunque, i compratori di Saipem non mancano: benché ammaccata, la società resta leader mondiale nella posa dei tubi sottomarini e in altre costruzioni ad alta tecnologia. Il colosso russo Rosneft si è smaccatamente candidato, ma difficilmente con le sanzioni di Usa e Ue contro Mosca in piedi si potrà intavolare un negoziato. Anche la norvegese Subsea7 e operatori cinesi sono alla finestra.
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