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Saipem, Eni cede a Fsi il 12,5% Poi l’aumento da 3,5 miliardi

Non è ancora il divorzio vero e proprio. Per quello bisognerà aspettare ancora un po’. Ma ieri Eni, Cdp, per il tramite del suo braccio operativo, il Fondo strategico italiano, e Saipem, hanno gettato le basi del distacco che verrà. I consigli di amministrazione delle società si sono infatti riuniti ieri pomeriggio per deliberare il disco verde all’operazione che prevederebbe -, il condizionale è d’obbligo perché al momento di andare in stampa i board, a tarda sera, non erano ancora chiusi -, la cessione a Fsi da parte di Eni di un pacchetto del 12.5% di Saipem. Che, dal canto suo, si prepara a varare un aumento di capitale per un importo massimo di 3,5 miliardi di euro e a staccarsi dalla casa madre grazie a un rifinanziamento che dovrebbe aggirarsi sui 4,7 miliardi di euro per una maxi-manovra complessiva da oltre 8 miliardi di euro.
Lo schema, dunque, è quello ampiamente anticipato da questo giornale con le banche – Jp Morgan e Goldman Sachs capofila di un consorzio composto da Banca Imi, UniCredit, Mediobanca, Citi e Deutsche Bank – che si impegneranno a sottoscrivere l’eventuale inoptato della ricapitalizzazione. Continua pagina 29
Celestina DominelliLONDRA
Continua da pagina 27 Il disco verde di quest’ultimo tassello dovrebbe essere demandato a un’assemblea straordinaria convocata per gli inizi di dicembre e il completamento è previsto nel primo trimestre del 2016. Le banche poi forniranno a Saipem nuova provvista per tagliare il cordone ombelicale che la lega a Eni.
Il finanziamento bancario dovrebbe aggirarsi sui 4,7 miliardi di euro e sarebbe imperniato attorno a un bridge to bond da 1,6 miliardi e a due linee di credito (una term facility da 1,6 miliardi a cinque anni e una revolving da 1,5 miliardi con identica scadenza). Parte di queste risorse, cioè 3,2 miliardi, dovrebbero quindi essere usate per rifinanziare l’indebitamento residuo nei confronti di Eni, mentre il resto servirà a sostenere il fabbisogno della società che dirà addio al Cane a sei zampe anche nel suo logo: una S stilizzata nei colori del blu e dell’arancio.
La chiusura del cerchio attorno all’operazione – che ha visto scendere in campo Credit Suisse come advisor di Eni (mentre Saipem è stata assistita, sul fronte finanziario, da Lazard e da Bain&Company su quello industriale) – è quindi arrivata a oltre un anno dall’annuncio del numero uno Descalzi. Era luglio del 2014, infatti, quando l’ad del gruppo di San Donato Milanese dichiarò, per la prima volta, che la partecipazione in Saipem non era più considerata “core” e che il Cane a sei zampe avrebbe proceduto a ridimensionare la sua presenza nell’azionariato senza ovviamente svendere quella quota, ma massimizzando il valore per gli azionisti di entrambe le società. Allora la Saipem quotava 20 euro (ieri ha chiuso a 7,99 euro in calo del 3,39%) e se la cessione fosse stata messa rapidamente in campo, i benefici per Eni sarebbero stati certo diversi. Sebbene, come Descalzi ha ribadito più volte nei mesi scorsi, l’obiettivo principale di questa operazione non è tanto quello di far cassa quanto piuttosto di deconsolidare il debito della controllata (5,7 miliardi il dato ora aggiornato) che pesa, e non poco, sull’esposizione di Eni (16,5 miliardi a fine giugno). Consentendo a Saipem di conseguire l’autonomia finanziaria in modo da avere “una situazione corretta – come Descalzi ha rimarcato più volte – dove ognuno gestisce e controlla le sue finanze”.
E ora cosa accadrà in casa Eni dopo questo primo ridimensionamento nel capitale? Difficile fare previsioni. Vero è che se il riposizionamento strategico messo in campo dall’ad dovesse dare i risultati sperati e soprattutto assicurare alla Saipem una spinta verso l’alto, il Cane a sei zampe potrebbe a quel punto sfruttare l’update derivante dal piano di rilancio targato Cao e ritoccare ulteriormente la propria partecipazione. D’altro canto, l’interesse attorno alla cessione nei mesi scorsi non è mai mancato e diversi fondi sovrani si sono affacciati alla finestra per valutare un eventuale impegno, dal Qatar a Singapore, da sempre attivi in questo business. E quindi potrebbero scendere in campo, in un eventuale secondo tempo della partita, se il Cane a sei zampe optasse per un’ulteriore discesa nell’azionariato di Saipem.
Che ieri ha diffuso anche i conti dei primi nove mesi sui quali hanno impattato, e non poco, i 929 milioni di svalutazioni annunciate con la semestrale: perdita netta per 866 milioni (contro i 212 milioni di utile dello stesso periodo del 2014, ma nel trimestre l’asticella positiva è pari a 54 milioni), Ebit adjusted a -436 milioni (443 milioni nel 2014, 143 milioni nell’ultimo trimestre) ed Ebit a -640 milioni (a fronte dei 443 milioni dei primi nove mesi del 2014, con il trimestre che segna 150 milioni), mentre il debito è salito, come detto, a 5,7 miliardi (rispetto ai 5,5 di fine giugno). Ma la società promette di abbassare l’indebitamento sotto i 5 miliardi a fine 2015, al netto di eventuali fluttuazioni del cambio con il dollaro (che potrebbero pesare per circa 500 milioni), confermando questo e gli altri target comunicati a fine luglio. “Risultati incoraggianti”, dice Cao, confortato anche dagli 1,8 miliardi di nuovi ordini (lo stesso livello registrato a fine settembre 2014). E adesso, sganciata finanziariamente dalla ormai ex casa madre e forte della risalita che quei numeri confermano, Saipem dovrà affrontare il mare aperto con le proprie forze, muovendosi in un settore reso incerto dal crollo del prezzo del petrolio e in cui sembra essersi ormai innestata la marcia del consolidamento. Se sarà in grado di giocare un ruolo da protagonista, è ancora presto per dirlo. I prossimi mesi decreteranno se la sfida è alla sua portata.

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