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Sace: la domanda per il made in Italy riparte dall’Asia

La sintesi più efficace la fornisce l’ad di Sace, Pierfrancesco Latini, quando spiega «che l’anno appena trascorso ha portato con sé uno shock straordinario, ma ha anche avuto l’effetto di focalizzare l’attenzione sulla necessità di investimenti ad ampio respiro, cruciali per un vero rilancio del paese». Il rilancio sarà sostenuto dall’export italiano che sta già agganciando la ripresa portata in dote dal 2021, ma che avrà bisogno di una buona bussola per muoversi oltreconfine. Quella bussola è contenuta nella nuova “Mappa dei Rischi”, presentata ieri, che Sace mette a punto ogni anno, scandagliando quasi 200 mercati esteri e che, alla sua quindicesima edizione, si è arricchita di un nuovo set di indicatori (cambiamento climatico, benessere sociale e transizione energetica), definito in collaborazione con Enel, oltre alle tradizionali “lenti” del rischio di credito e di quello politico. E questo mix di fattori disegna, a seconda delle geografie, una velocità diversa per la ripresa che ingranerà la marcia, come rileva il presidente della Sace Rodolfo Errore, dal secondo semestre del 2021 quando «ci si aspetta una crescita globale che potrebbe diventare abbastanza robusta».

Ma su quali aree dovrà scommettere il made in Italy? Alessandro Terzulli, chief economist della Sace, è chiarissimo. «La domanda – dice – ripartirà dall’Asia orientale che ha mostrato una particolare resilienza». E cita il caso del Vietnam che ha migliorato il proprio rischio di credito e che si candida ora a hub manifatturiero del sud-est asiatico. Dove Cina e India hanno invece rallentato il passo, mentre altri Paesi come la Corea del Sud e Taiwan hanno mostrato capacità di reazione rispetto alla pandemia, i cui effetti sono stati amplificati, sottolinea Carlo Papa, managing director della Fondazione Enel, dall’inquinamento e dalla disparità sociale. Le imprese italiane, dunque, avranno maggiori opportunità di crescita in quelle economie che risultano più solide nelle aree di riferimento: oltre al Vietnam, ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il Senegal, il Perù e il Cile, per allargare lo sguardo.

Per massimizzare il risultato, il made in Italy potrà poi contare sul supporto di Sace, il cui impegno, chiarisce l’ad Latini, ha toccato, da gennaio 2020 a oggi, i 47 miliardi di euro. A tanto, infatti, ammontano le risorse mobilitate dalla Sace, includendo anche i finanziamenti accompagnati dalla nuova garanzia Italia. Un assist in più per le pmi che, non a caso, sfilano sul palco virtuale (dal Pastificio Di Martino, la prima società ad aver usufruito di garanzia Italia, a Mascar, da Irritec a Motridal), per raccontare storie di successo sui mercati internazionali. Dove la partita si vince, come ricorda lo stesso Latini, giocando su tre terreni: resilienza, innovazione e sostenibilità. Per poter scendere in campo, però, osserva Francesco Venturini, ad di Enel X, serve «una sburocratizzazione del nostro apparato pubblico» perché è molto difficile fare impresa in Italia per le pmi. Che, dal canto loro, spiega Stefania Brancaccio, presidente di Coelmo, devono operare «un cambio di passo nella mentalità» per affrontare la sfida della sostenibilità. E per declinarla sul campo come Saipem che – è il racconto di Silvia Abrate, direttore risk management, supply chain and business integrity della società -, ha fatto della sostenibilità la cifra distintiva del suo progetto per un hub energetico al largo delle coste di Ravenna.

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