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Sace C’è un piano da esportazione: mettere Cassa nella Banca del Sud

Sarà la Cassa depositi e prestiti (Cdp) il prossimo azionista (e il primo diverso dalle Poste) della Banca del Sud? Avremo una neonata «Cassa del Mezzogiorno», per rilanciare l’export delle nostre imprese in crisi come stanno facendo gli americani?
L’idea circola in ambienti vicini al Tesoro. A grandi linee: Cdp potrebbe rilevare una quota, poniamo il 30% (anche di più), della Banca del Mezzogiorno Mediocredito Centrale, ottenendo così la licenza bancaria. E lavorare poi dentro Bdm su tre fronti: le agevolazioni alle imprese (come ora), con il Mediocredito centrale e il Fondo centrale di garanzia; i prestiti alle aziende del Sud (come ora); e il nuovo business, i finanziamenti diretti e le garanzie alle imprese che vogliono internazionalizzarsi, con il polo Sace-Simest. Cioè le due nuove controllate al 100% di Cassa (la prima dà garanzie sui prestiti alle aziende che esportano e ai loro clienti esteri, la seconda investe nel loro capitale), che finirebbero così sotto lo stesso ombrello.
Il polo e le nomine
Sace potrebbe così da subito erogare i prestiti alle aziende esportatrici, come succede in Germania, negli Usa e anche in Cina, evitando la trafila seguita fin qui in Italia: la Cassa depositi eroga il denaro, Sace lo garantisce, le banche girano i soldi alle aziende. Doppi costi e doppie autorizzazioni.
Non è matematico che questo progetto sia nel piano industriale che la Cassa sta approntando, e dovrebbe essere pronto per giugno-luglio. Ma trasformare l’attuale «sistema Export Bank» in una vera banca, senza subire le forche caudine di vincoli come quelli europei per una nuova licenza, è un’idea che piace a Giovanni Gorno Tempini. L’amministratore delegato della Cassa dovrà comunque affrontare la «societarizzazione» di Sace e Simest, cioè la riorganizzazione societaria nel gruppo Cdp, e non è un mistero che il progetto di export finance preveda un polo unico per l’internazionalizzazione delle imprese. Inoltre il 23 maggio andranno al rinnovo le nomine in Sace. Può essere che Alessandro Castellano, l’amministratore delegato, sia riconfermato. L’idea di costruire una vera banca per l’export potenziando la Sace è un suo vecchio obiettivo, in più lui viene dal Mediocredito Centrale, dov’era direttore centrale ai tempi di Capitalia.
Si vedrà l’indirizzo che, con il nuovo governo, sarà dato a Cdp e Poste dall’azionista Tesoro (la gestione della Banca del Mezzogiorno è fra i dossier all’attenzione del presidente del Consiglio, Enrico Letta). Di certo l’ingresso della Cassa depositi e prestiti nell’azionariato della Banca del Sud risolverebbe per la Bdm il problema di reperire risorse. Inoltre eviterebbe di dover costituire duplicati finanziari per supportare l’internazionalizzazione delle aziende, mentre le banche tradizionali latitano.
Al di là dei dettagli e pur sommario, questo piano è ritenuto insomma una delle strade possibili per dare prestiti poco onerosi alle imprese italiane che esportano, il cui grido d’allarme è, parafrasando il dialogo Fassino-Consorte, «Non abbiamo una banca». All’estero, le banche dedicate, i concorrenti le hanno, eccome (vedi tabella). Si chiamano Exim Bank, acronimo di export-import. Sono pubbliche e prestano soldi a tassi più bassi dei nostri alle loro imprese, che così soffiano le commesse a quelle italiane.
Negli Usa la Us Ex-Im Bank è decollata con il piano Nei (National Export Initiative) di Obama del 2010 (duplicare l’export entro il 2014): 9 miliardi di dollari di finanziamenti l’anno scorso, il triplo in due anni. In Germania la banca per l’export si chiama Kfw Ipex Bank ed è nata da una costola della Kfw, la Cdp tedesca: 13 miliardi nel 2012. Anche in Francia la Bpi, Banque publique d’investissement, ha per socia la Cdp locale (Cdc): 80 miliardi rogati per l’export. E poi ci sono Canada e Giappone con 11 miliardi ciascuno, ma soprattutto la Cina, con tassi all’1-2%.
Si tratta di finanziare beni costosi: costruzione d’impianti, vendita di aerei, navi, la meccanica strumentale. Si propone agli stranieri un pacchetto: la merce più il prestito per acquistarla. Come comperare una macchina. Ora fra l’offerta degli italiani e quella degli stranieri il balzo è notevole. In una gara con i tedeschi, per esempio, per un bene di 100 milioni finanziato con un prestito di sei anni, la differenza può essere di dieci-12 milioni in più, il 10-12%. Ma si tratta anche di superare, come direbbe Castellano, barriere ideologiche: per reperire risorse a tassi bassi, la Kfw Ipex Bank tedesca ha costituito un fondo nel Delaware. Un Paradiso fiscale.

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