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Saccomanni: “Troppo costoso il patto tra imprese e sindacati”

CERNOBBIO — Il Patto di Genova tra Confindustria e sindacati tiene banco anche al Workshop Ambrosetti di Cernobbio e fa registrare le prime divergenze tra il premier Enrico Letta e il suo ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Era stato il titolare di Via XX Settembre a toccare per primo l’argomento nel suo speech mattutino davanti alla platea di imprenditori e manager riuniti in riva al lago. Saccomanni ha ammesso che il documento di Genova va nella giusta direzione ma «se si legge in filigrana mostra un conto della spesa molto elevato e immediatamente posto a carico del bilancio statale con poco realismo».
La pacata critica del ministro è tipica di un guardiano dei conti dello Stato che si trova sul tavolo una sfilza di richieste difficili da soddisfare. Confindustria e sindacati, per esempio, parlano di riduzione del cuneo fiscale come manovra assolutamente necessaria ma non fanno alcun accenno – è il pensiero del ministro – a possibili rinunce sul fronte delle agevolazioni fiscali o a misure di maggiore flessibilità del lavoro. Insomma lasciano tutti gli oneri sulle spalle di Via XX Settembre e di questi tempi non è facile trovare porte aperte. Per contro Letta, nel suo intervento conclusivo del panel, ha posto l’accento sull’aspetto positivo del documento, cioè che Confindustria e sindacati siano tornati a parlarsi in uno spirito costruttivo che assomiglia a una sorta di pax sociale. «Saluto positivamente l’accordo di Genova – ha detto il presidente del Consiglio è un fatto importante e positivo che le parti sociali lavorino contro le tensioni e per la pace sociale. Lavoreremo in quella direzione».
In sala la maggioranza degli imprenditori e banchieri hanno colto positivamente la buona volontà di Letta nel cercare di indirizzare la sua azione verso i problemi veri dell’economia, anche se il grado di scetticismo sulla durata del governo e la realizzabilità degli annunci è ancora diffuso. Quando Saccomanni ha sostenuto che «alla base dei segnali positivi di ripresa che si stanno vedendo in questi mesi vi sono i sei decreti varati sinora che sono una manovra anticiclica che vale due punti di Pil», gli sguardi degli imprenditori non erano tra i più convinti. Anche se poi il ministro ha snocciolato le cifre. «Il totale degli interventi fatti ammonta a circa 7 miliardi, di cui 4 di nuove entrate e 3 con la riduzione e rimodulazione delle spese. Inoltre con il decreto Imu e le misure per l’occupazione sono state recuperate risorse per altri 3 miliardi di cui 2 nuove entrate e 1 con tagli alle spese».
Ecco, il banco di prova delle prossime settimane, se il governo non subirà scossoni, riguarderà proprio la spending review, il terreno dove il governo Monti ha dimostrato di non essere stato sufficientemente incisivo. «Oltre alla nomina di un commissario straordinario – ha aggiunto Saccomanni – vogliamo creare una task force che faccia la differenza per tagliare la spesa pubblica». L’idea è quella far lavorare insieme uomini del ministero insieme a risorse di Banca d’Italia, l’istituzione da cui Saccomanni proviene, ma anche dell’Istat e della Corte dei Conti. E poi c’è molta attesa da parte degli operatori per il cosiddetto “dossier dismissioni”, che si chiamerà Piano Destinazione Italia e che vedrà la luce entro fine settembre. «Presenteremo e approveremo un grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per attrarre investimenti esteri», ha ricordato Letta. In vetrina, oltre a una fetta del patrimonio immobiliare pubblico, potrebbero spuntare anche asset importanti come Ferrovie, Poste e Rai. Vedere per credere.

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