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Saccomanni mette in vetrina l’Italia “Wall Street pronta a investire e ad alleggerire le nostre banche”

CI RIPROVA oggi Fabrizio Saccomanni nella capitale globale degli investitori. A Wall Street ha detto, durante una conferenza stampa, che le polemiche sui conti pubblici italiani sono infondate: «Il rischio di aumento del debito/ Pil è frutto dei pagamenti dallo Stato alle imprese già concordato con Bruxelles; e della nostra parte di contributo per il meccanismo di stabilizzazione dell’eurozona». Il ministro si è immerso qui nel mercato più “liquido” del mondo, il più raffinato tecnicamente nelle operazioni di cartolarizzazione, di private equity, con le quali la finanza Usa ha saputo liquidare più presto di altre le scorie della sua crisi. Il ministro dell’Economia ha qui dei contatti privilegiati con Citigroup e George Soros, potentati finanziari storicamente vicini al partito democratico Usa e all’Amministrazione Obama. Wall Street può velocizzare la vendita di immobili e crediti scadenti, come qui è stato fatto dopo i crac del 2008-2009. Deve vedersela con timori di fondo: il Tesoro Usa e la Fed gli hanno confidato la paura che la deflazione sia in agguato sull’eurozona.
Ministro Saccomanni, questa tappa a New York è cruciale per le prossime privatizzazioni italiane? Come le ha spiegate ai suoi interlocutori?
«Le ho presentate alla comunità degli investitori nell’ambito dell’intera strategia economica italiana: legge di stabilità, spending review, gestione dell’evasione fiscale pregressa, misure per il rientro dei capitali esportati illegalmente. Per gli investitori esteri e americani in particolare, c’è un interesse operativo tradizionale sui nostri titoli di Stato, perciò vogliono vedere chiaro nella politica del debito pubblico e nella gestione del deficit. Poi ci sono interessi specifici: il nostro patrimonio immobiliare; le sofferenze delle banche».
Sulla vendita degli immobili di Stato e sulle banche italiane, qual è il ruolo di Wall Street che lei ha in mente?
«Qui ho incontrato gente che nella gestione dei grandi patrimoni immobiliari è avanti anni-luce rispetto a dove stiamo noi in Italia. Sono favorevolmente impressionato dal modo in cui agiscono a livello globale, per esempio con
grandi operazioni in Medio Oriente. Possono aiutarci a sbloccare le cose in Italia. Poi ho incontrato qui degli operatori esperti nella gestione di crediti in sofferenza, di crediti bancari incagliati. Anche in questo campo, in America c’è una specializzazione su segmenti precisi, che consente di affrontare la problematica dei crediti in sofferenza. L’aiuto che possono dare al sistema italiano è molto attuale, su un tema che vede impegnata in primo piano la Banca d’Italia».
Cosa le hanno detto i suoi interlocutori sulle banche italiane?
«La situazione del nostro sistema bancario è stato un tema ricorrente di questi colloqui. Ho percepito una disponibilità a investire dagli Stati Uniti, a gestire anche crediti in sofferenza, come è stato fatto per altri Paesi europei. Questo significa che non c’è bisogno di creare una “bad bank sistemica”, da gestire con fondi pubblici nazionali o europei, perché questa problematica si può affrontare con risorse private. Attirare fondi privati ci consentirebbe di alleggerire i bilanci delle nostre banche da queste sofferenze; e di conseguenza liberare risorse per erogare crediti nuovi all’economia italiana».
Tempi per le vendite? Nomi di potenziali investitori? Contatti operativi?
«Le privatizzazioni iniziano nel 2014 e si sviluppano negli anni successivi. Ho spiegato qui i vari passaggi: la creazione del comitato per le privatizzazioni presieduto dal direttore generale del Tesoro, al quale sottoporremo le proposte concrete e la tempistica precisa. Sono grato agli amici di Citigroup (la banca che fu presieduta da Robert Rubin, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere di Obama, ndr) per avermi organizzato incontri con esponenti molto rappresentativi. Ieri ho visto anche gli uomini di George Soros qui a New York, dopo avere incontrato lui in Italia. Mi ha colpito soprattutto la qualità degli operatori specializzati in quei due settori cruciali, le operazioni immobiliari e i crediti bancari incagliati. Sono investitori in grado di trovare capitali per operazioni molto grosse, e poi rivendere senza passare per le trafile più tradizionali e più lente».
Sul versante governativo e istituzionale, quali sono le preoccupazioni del Tesoro americano e della Federal Reserve?
«Guardano con molta attenzione ai primi passi del nuovo governo tedesco, con misure come il salario minimo che sembra un segnale in favore di politiche di crescita. Qualcuno a Washington si chiede se non stiano aumentando i rischi di deflazione nell’eurozona. Ho risposto che la politica monetaria e fiscale dell’eurozona sta diventando meno restrittiva, e l’aggiustamento in corso va nella direzione di contrastare la deflazione. Più in generale ho sentito una preoccupazione per una ripresa che non crea occupazione a sufficienza, e il fenomeno generale di compressione del reddito delle classi medie. Me ne hanno parlato anche quelli di Blackrock (gigante del private equity, ndr)».
Qualche timore sui rating?
«Nessuno me ne ha parlato. A conferma della perdita di rilevanza di questo indicatore».
E’ vero che tra gli handicap che frenano gli investimenti Usa in Italia, un posto preminente lo occupa la lentezza della giustizia civile? Quella cioè che penalizza un’azienda in caso di mancati pagamenti, frodi?
«Sì, pesa il problema della lentezza delle cause civili, in particolare laddove incide sull’applicazione delle norme contrattuali. Questo esula dalle competenze del mio ministero, ma ne prendo nota e credo che ci siano misure in preparazione al ministero della Giustizia. Quello che noi possiamo fare è dare maggiori certezze sulla fiscalità, gli adempimenti che spettano agli investitori stranieri. Presso l’Agenzia delle Entrate una task force accompagnerà gli investitori stranieri soprattutto nella fase start-up, di inizio dei loro nuovi progetti».
Agli americani cos’ha spiegato, sulle recenti polemiche relative al nostro debito pubblico?
«Che l’aumento nel rapporto debito/ Pil deriva dall’accelerazione dei pagamenti dovuti dalla Pubblica amministrazione alle imprese, fatta con il consenso di Bruxelles; e dal nostro contributo per aiuti ad altri Paesi dell’eurozona».

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