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Saccomanni: ingiusto abolire l’Imu. L’altolà del Pdl: va eliminata

ROMA — Il ministro dell’Economia scopre le carte. A sorpresa, ieri, Fabrizio Saccomanni ha deciso di rendere pubblico il dossier sulle ipotesi di riforma dell’Imu. Lo ha fatto, come spiega in una lettera, per «offrire un contributo al dibattito in corso, al chiarimento delle implicazioni concrete delle varie proposte, nella consapevolezza che le scelte politiche debbono basarsi su adeguati approfondimenti tecnici», anche se i partiti di maggioranza queste carte le avevano in mano già da una decina di giorni.
La miccia la incendia Renato Brunetta quando, nel primo pomeriggio, accusa Saccomanni di non aver fatto pervenire ai partiti «alcuna bozza di testo organico. Nulla di nulla!» e ribadisce che l’unica proposta in linea col discorso programmatico del premier è l’abolizione totale dell’Imu sulla prima casa. Gli replica il viceministro del Pd, Stefano Fassina, chiarendo che Letta non ha fatto alcuna promessa simile. E si andrebbe avanti se Saccomanni non decidesse di mettere on line il dossier delle proposte: cifre e valutazioni tecniche sulla fattibilità di ogni specifica ipotesi emersa nel corso del confronto con la maggioranza. Nove per la precisione, otto delle quali riguardano la riforma complessiva dell’imposizione sugli immobili dal 2014, ed una l’abolizione della prima rata del 2013. Un quadro dal quale emerge la netta contrarietà del ministero all’abolizione completa della tassa sulle prime case, la sua preferenza per una riforma che oltre all’Imu abbracci anche la nuova Tares e, se possibile, per una soluzione del nodo Imu 2013 affidata esclusivamente ai comuni.
La cancellazione dell’Imu sulla prima casa costerebbe 4 miliardi, ma avrebbe «un impatto regressivo rispetto al reddito». Ovvero, farebbe più male ai poveri che ai ricchi. Da escludere, quindi, per ragioni di equità. Così come, per gli stessi motivi, la semplice conferma della cancellazione per tutti della prima rata di giugno, che costerebbe 2,43 miliardi. Il Tesoro considera anche l’ipotesi di un aumento generalizzato delle detrazioni attuali, con un costo compreso tra 1,3 e 2,7 miliardi di euro. Ma non è un meccanismo selettivo, e dunque potrebbe di nuovo avvantaggiare i più ricchi. Un po’ meglio andrebbe se le detrazioni fossero legate, come intensità, al valore dell’immobile dato dalla rendita catastale, e meglio ancora se fossero parametrate al reddito. Neanche questa sarebbe tuttavia, secondo il Tesoro, una soluzione ottimale, se non altro perché con il riferimento al reddito dichiarato si rischia di premiare gli evasori.
Agganciare le detrazioni o l’esenzione prima casa al reddito misurato dall’Isee, annullando i benefici per chi dichiara oltre 70 mila euro l’anno, costerebbe tra 500 milioni e 2 miliardi, ma ci sarebbero complicazioni amministrative non indifferenti. Così come se la tassa venisse agganciata non più alle rendite catastali ma ai valori degli immobili indicati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate, che però non hanno valenza legale.
Un’ipotesi completamente diversa, e che addirittura comporta un maggior incasso per lo Stato, prevede l’esenzione Imu sulla prima casa per tutti, compensandone però i costi riportando a tassazione Irpef i redditi delle case sfitte e «con la totale abrogazione della deducibilità ai fini Irpef della rendita dell’abitazione principale». Salterebbero fuori 1,8 miliardi: i 3,3 di minor gettito dovuti alla cancellazione dell’Imu sulla prima casa sarebbero più che compensati dalla maggior Irpef sulle case sfitte (1,9 miliardi) e dalla indeducibilità dell’Imu sulla prima casa dall’Irpef (3,2 miliardi).
Tra le possibilità esaminate dal Tesoro, anche la riforma che abbracci la Tares, articolata secondo varie graduazioni, anche contemplando l’eliminazione sulla prima casa, e che potrebbe risultare neutrale dal punto dei vista dei conti pubblici, come anche produrre un maggior gettito, in funzione delle aliquote.
Tra le scelte considerate c’è anche la deducibilità dell’Imu dall’Ires per le imprese. Che è più che un’ipotesi, visto che l’indeducibilità attuale corre il rischio di essere censurata dalla Corte Costituzionale. L’operazione costerebbe 1,25 miliardi, ma eviterebbe il rischio di un contenzioso enorme. Nel suo dossier Saccomanni considera anche l’idea di «derubricare» la questione Imu a problema di finanza locale. Si diano un po’ di soldi ai Comuni, un paio di miliardi, e poi decidano loro cosa fare. Per il Tesoro sarebbe forse la soluzione migliore.

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