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Saccomanni e Gros-Pietro. Il toto nomine Unicredit

di Fabrizio Massaro

MILANO — Il giorno dopo il passo indietro di Dieter Rampl dalla corsa per la riconferma come presidente di Unicredit, il dibattito tra le fondazioni comincia a coagularsi attorno ad alcuni punti fermi, mentre il toto nomine sta già ruminando candidati e profili ideali. I punti fermi nella nuova governance di Piazza Cordusio sembrano finora tre: il consiglio sarà lievemente ridotto di numero, attorno a 18-19 membri rispetto ai 23 di adesso; il presidente sarà quasi certamente un nome italiano ma di respiro internazionale; la scelta del candidato da parte delle fondazioni avverrà in breve tempo, forse entro una-due settimane.
A tirare le fila sono Fabrizio Palenzona, plenipotenziario della Fondazione Crt (adesso diventata primo socio italiano con il 3,85%) e Paolo Biasi, presidente della Cariverona (diluita al 3,5%), insieme con Marco Cammelli, presidente della Fondazione Monte di Bologna e Ravenna (al 3% in Unicredit insieme con la Cr Modena attraverso Carimonte Holding). Dopo l'aumento di capitale da 7,5 miliardi chiuso con successo dall'amministratore delegato Federico Ghizzoni ma seguito a fatica (attraverso debiti o vendite in perdita) dalle fondazioni, gli enti soci storici della banca hanno deciso di stringere la presa su Piazza Cordusio, forti del loro 12-13% complessivo.
La partita più delicata è naturalmente quella attorno al presidente. Che dovrà avere un profilo alto, essere in grado di rappresentare i soci italiani ed esteri e di tenere le relazioni con i regolatori: insomma una figura che possa diventare un punto di riferimento istituzionale. Il nome che circola più spesso è quello di Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d'Italia, anche se l'alto incarico ricoperto a Palazzo Koch potrebbe comportare un periodo di incompatibilità tra le cariche. Analogo il profilo di Lorenzo Bini Smaghi, ex consigliere della Bce, anch'egli indicato tra i papabili, ma analogo anche l'impedimento: il codice etico di Francoforte impone un anno di stacco dopo l'uscita dalla banca centrale. Tra le figure di candidati autorevoli si fanno poi i nomi di Gian Maria Gros-Pietro (già numero uno di Atlantia e ora, fra l'altro, consigliere in Caltagirone spa e considerato vicino alla Crt), dell'ex presidente Consob e Antitrust, Guido Rossi, del rettore della Bocconi, Guido Tabellini, del professore padovano Candido Fois (già candidato da Cariverona per il collegio sindacale di Mediobanca), dell'economista Lucrezia Reichlin, attuale consigliere di minoranza in Unicredit. Sempreché non torni in auge l'ipotesi Palenzona nonostante l'autoesclusione.
In via di definizione anche la composizione del nuovo board, per il quale dovrebbe essere in programma una riunione del comitato governance il 6 marzo, e poi un'altra il 20 in vista del consiglio del 27 marzo sui conti. Alle fondazioni dovrebbero andare 8 consiglieri, confermando i pesi attuali: a rischio è solo il posto della Fondazione Manodori, che non ha seguito l'aumento. Un posto spetta ad Allianz (indicherà la top manager Helga Jung coprendo così anche una parte delle «quote rosa»), uno a testa potrebbe andare alla Libia (martedì al board si è rivisto Omar Farhat Bengdara) e ad Abu Dhabi, poi forse 3-4 ai privati come Maramotti, Della Valle, Caltagirone, Del Vecchio, e uno alle minoranze (Reichlin). Ci sono poi da rappresentare i soci esteri e le aree geografiche dove la banca è presente. Se per il presidente si vuole fare in fretta, per la lista c'è tempo fino a metà aprile, visto che l'assemblea sarà l'11 maggio. Le questioni di governance comunque non hanno influenzato il titolo (ieri +1,7% a 3,9 euro) né l'operatività dell'istituto, che ieri ha partecipato all'asta Bce per 12,5 miliardi ed emesso 1,5 miliardi di bond a 5 anni.
 

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