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«Sabotato il rilancio Mps, lascio»

MILANO — Comunque la si pensi, lei è il primo sindaco a cadere sul bilancio di una banca e di una fondazione bancaria, più che su quello proprio del Comune… «Sì, è vero», annuisce Franco Ceccuzzi, 45 anni, figura di peso del Partito democratico, appena dimessosi da primo cittadino di Siena dopo 368 giorni, alla fine di 10 ore di dibattito in consiglio comunale. Ufficialmente, perché gli è venuta a mancare la maggioranza sul bilancio consuntivo. Ma tutti sanno — e lui non lo nega — che a farlo cadere è stata l’opposizione nel suo stesso partito, gli otto consiglieri dell’ex Margherita che si raccolgono attorno al presidente del consiglio regionale, Alberto Monaci, e che con il fratello Alfredo, già vicepresidente di Mps, hanno sostenuto il presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini. «Politicanti, voltagabbana e traditori», li ha chiamati Ceccuzzi. E la causa deflagrante dello scontro è stato il rinnovo della cariche al Montepaschi: una banca che, attraverso la Fondazione che la controlla, fino a prima della crisi ha erogato in media 130 milioni l’anno sul territorio.
Usciti di scena Giuseppe Mussari — artefice dell’acquisizione di Antonveneta nel 2007 per 9 miliardi — e il direttore generale Antonio Vigni, e con la Fondazione indebitatasi fino al collo per non perdere il controllo della banca, a Siena Ceccuzzi — già segretario cittadino del Pd per anni — si è assunto l’incarico di «voltare pagina con l’autarchia in banca», con il «sistema Siena, in cui è tutto indistinto tra Fondazione, banca e Comune» e con «il condizionamento della finanza sulla città: prenda l’espansione dell’aeroporto, progetto ora tramontato, che aveva creato forte opposizione sociale ma era voluto da Fondazione e banca. Ora comunque mi pare tramontato». Adesso arriverà in città un commissario, fino alle elezioni della prossima primavera: sarà dunque la nuova giunta a rinnovare i vertici della Fondazione, a luglio 2013. E 13 posti su 16 spettano a Comune e Provincia.
Ceccuzzi rivendica che Rocca Salimbeni sono arrivate «le figure di prestigio», non senesi, di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola e che il consiglio d’amministrazione è stato rinnovato senza alcuna riconferma. Ma è finita che a perdere il posto è stato lui. «Cado per avere introdotto cambiamenti in parte determinati da uno stato di necessità, in parte dal programma elettorale. Che poi però, quando è stato il momento di attuarli, qualcuno si è sfilato». Sta parlando dei fratelli Monaci? «A Siena tutti dicono che i consiglieri che non hanno votato rispondono a loro». Ma in concreto che avrebbero fatto per opporsi alle scelte sulla banca? «Prenda Mancini: ha presentato una sua lista per il consiglio della banca in cui c’erano molte riconferme, che però alla luce di tutte le vicende venute fuori prima e dopo non trovava giustificazione. Mancini ha messo a verbale che non ha votato per Profumo perché non è di Siena. Questa è l’autarchia che volevo spezzare».
A questo quadro vanno aggiunti «la scelta di scendere al 33% dentro la banca, frutto di urgenze del momento ma conseguenza di scelte sbagliate e sottovalutazioni del passato e il fatto che sono il primo sindaco non iscritto al sindacato dei bancari. La crisi ha accelerato questi processi e ha ridotto i tempi di metabolizzazione. Ma non sto certo giustificando chi mi ha votato contro, anzi!».
Sarà così, ma è difficile sfuggire alla suggestione che la politica comandi in banca. Non sarebbe meglio un passo indietro, anche sotto il 33%? «Un altro ancora? Questa decisione spetta non al Comune ma alla Fondazione. Ma l’equazione Fondazione-politica non è affatto scontata. Ci sono fondazioni di natura associative che non hanno le stesse condizioni di trasparenza e che condizionano ancora di più le banche».

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