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Ryanair, lo sciopero italiano conquista tutta l’Europa “ Basta paura, ora si cambia”

«Relazioni industriali? Ma di che stiamo parlando! Per Ryanair il sindacato non esiste proprio, non ci hanno mai convocati, nessuno di noi ha mai parlato con questi signori. Ma qualcosa sta finalmente cambiando: ci hanno contattato addirittura dei piloti dall’Inghilterra chiedendoci di aderire al sindacato ». Antonio Piras è il segretario generale della Fit- Cisl: chiediamo a lui del caso Ryanair (le minacce di ritorsione ai piloti) perché il suo sindacato è stato il primo in Europa a proclamare uno sciopero contro la compagnia irlandese ( ieri si sono aggiunti i colleghi di Irlanda, Germania e Portogallo). Ma anche perché è difficile ascoltare la voce diretta di un dipendente, di qualcuno che racconti in prima persona cosa significhi lavorare dove al sindacato viene negato il diritto di cittadinanza. « I lavoratori hanno paura – spiega Piras – c’è grande tensione. Ma insisto, voglio essere ottimista sul fatto che tutte le vicende che stanno coinvolgendo Ryanair, alla fine aiuteranno a cambiare la situazione. Dopo il clamore mediatico per la cancellazione dei voli dei mesi scorsi, è come se molti dipendenti avessero trovato più coraggio: solo noi della Fit abbiamo ricevuto un centinaio di domande di adesione al sindacato dagli assistenti di volo. Certo, la strada resta in salita: l’iscrizione al sindacato non viene pagata con una trattenuta sullo stipendio, come succede in qualsiasi altra impresa, ma con un bonifico bancario personale del dipendente » . La levata di scudi del governo italiano ( ministro dello Sviluppo, Calenda: “Comportamento indegno”; ministro del Lavoro, Poletti: “Fatto gravissimo”; ministro dei Trasporti, Delrio: “ Minaccia inaccettabile”) e la presa di posizione dell’Autorità garante per gli scioperi (“Incostituzionali le dichiarazioni dei vertici Ryanair”), forse contribuiranno a dare il senso di una svolta, anche se la replica della compagnia irlandese (“Certe questioni possano essere risolte in maniera migliore attraverso una trattativa diretta con i nostri piloti, senza interferenze politiche o commenti imprecisi”) non denota alcuna correzione di rotta.
Comunque, l’impressione è che l’intero sistema del “low cost a tutti i costi” inizi a scricchiolare. Il caso Ryanair è solo l’ultimo tassello di un puzzle che si sta componendo giorno dopo giorno (prima ci sono state le vicende di Fodora, Amazon e Ikea) e che alla fine potrebbe rivelare un nuovo disegno delle relazioni industriali, del ruolo dei sindacati, di quello dei consumatori. E’ come se, per la prima volta, l’opinione pubblica prendesse coscienza del paradosso del conflitto d’interessi tra lavoratori e consumatori. Magari rendendosi conto che quanto ognuno di noi risparmia in qualità di consumatore o utente di servizi, lo paga poi come lavoratore in termini di diritti e retribuzioni. Una rivoluzione culturale che è ancora sotto traccia e che non è detto riesca ad emergere. Ma i segnali in questa direzione non mancano. Come fa notare Marco Ferri, consulente di aziende e istituzioni, fondatore dell’agenzia di comunicazione Consorzio Creativi e, dunque, in un punto d’osservazione ideale per analizzare l’incrocio tra impresa, lavoro e consumo: « Siamo di fronte ad un imbarbarimento del marketing, perché il valore aggiunto viene sottratto alla dignità dei dipendenti. Le aziende, Ryanair compresa per non parlare delle banche e delle società di servizio, promettono felicità al cliente salvo poi svelare che non sono luoghi felici per chi ci lavora. E’ un atto di arroganza, un suicidio del marchio. Le persone se ne stanno rendendo conto e, magari, si svilupperà una sensibilità come quella che ha fatto crescere il mercato dei prodotti biologici o del chilometro zero » . Di recente Guido Barilla ha detto che la sua multinazionale « guarda ai consumatori non agli analisti finanziari » . Tanto di cappello. Sarebbe bene che si ricominciasse a “guardare” anche ai lavoratori. Come ci ricorda Piras riportandoci dentro gli aerei e gli uffici di Ryanair: « Piloti a partita Iva che fatturano le ore di volo; malattie e riposi non retribuiti; assistenti di volo selezionati che devono pagarsi da soli i corsi di formazione, vitto e alloggio compresi. Ecco, chiamatela felicità se volete».

Marco Patucchi

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