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Ruling, la Ue accelera sulla trasparenza

Quindici Paesi hanno recepito la direttiva sullo scambio automatico – In Italia ok definitivo a febbraio
Gli ultimi a finire sotto i riflettori sono stati gli accordi siglati tra il governo irlandese e Apple: secondo la Commissione Ue avrebbero portato vantaggi fiscali illeciti al colosso di Cupertino per un totale di 13 miliardi di euro. Il contenzioso è ora alla Corte di giustizia Ue, a cui Apple e il governo irlandese hanno fatto ricorso.
I protagonisti della vicenda sono gli interpelli, se preferite la dizione italiana, o – più propriamente – i ruling e gli Apa (Advance price arrangements): accordi preventivi tra imprese e amministrazioni tributarie per definire il regime fiscale applicabile a un’operazione che si intende realizzare (nel caso dei primi) o per determinare il criterio di calcolo di una o più operazioni infragruppo (nel caso dei secondi). Lo stesso esecutivo Ue, nel comunicato che accompagna l’ingiunzione a Apple, spiega che «di per sé si tratta di strumenti perfettamente legali», ma contesta gli sconti concessi a Apple, come in passato aveva fatto con Fiat Finance and Trade (in Lussemburgo), Starbucks (in Olanda) e 35 multinazionali con sede in Belgio, perché a suo parere violano le regole sugli aiuti di Stato e finiscono per prestarsi ad abusi.
Le molte regole degli interpelli
Le differenze tra le legislazioni nazionali, del resto, si fanno sentire: come si vede dalle schede in questa pagina, le regole su ruling e Apa, dalle modalità di presentazione per arrivare alla loro validità o meno a livello di sistema, sono molto dissimili tra uno Stato e l’altro. A realizzare questo confronto tra i sette principali Paesi è stata la Scuola europea di alti studi tributari dell’Università di Bologna, con la collaborazione di Piera Santin, e confrontando i sistemi fiscali di sette Paesi diventa evidente che non esiste un unico modello di ruling o Apa nella Ue. Anzi, la ricognizione fa emergere piuttosto una forte disomogeneità (si veda l’intervista a fianco).
I Paesi considerati si distinguono tra quelli che adottano un procedimento di collaborazione anticipata su proposta e quelli con un procedimento di collaborazione anticipata a richiesta. Nei primi (Italia, Francia e Gran Bretagna) è il contribuente che, nell’istanza introduttiva, presenta sia la ricostruzione del fatto sia la sua proposta di interpretazione. Nei secondi (Belgio, Lussemburgo, Germania e Olanda), invece, il contribuente si limita a descrivere la sua situazione di fatto con l’obbligo di presentare una documentazione a supporto e sostegno all’interpretazione che, però, alla fine dovrà essere resa dall’amministrazione. Diversi sono, poi, gli interlocutori dei contribuenti e i contenuti del ruling o degli Apa.
La strategia Ue
Contro l’uso disinvolto di queste intese, specialmente da parte di gruppi multinazionali (più facilitati nello sfruttare le condizioni favorevoli dei diversi Paesi), l’Unione europea negli ultimi anni ha intensificato gli sforzi, puntando soprattutto sulla trasparenza e sulla conoscibilità dei ruling e degli Apa. E dal 1° gennaio di quest’anno è entrata in vigore la direttiva Ue 2015/2376, che impone lo scambio automatico di informazioni all’interno della Ue sui ruling fiscali con potenziale rilevanza transnazionale e sul transfer pricing. Nel nome di una maggiore trasparenza e certezza del trattamento fiscale applicabile, che devono essere «reciproche» tra i Ventotto per evitare che la concorrenza fiscale diventi dannosa.
Nel dettaglio, il nuovo obbligo di comunicazione riguarda sia ruling e Apa post 31 dicembre 2016, sia quelli emessi o rinnovati tra il 1° gennaio 2012 e il 31 dicembre 2013 e ancora validi al 1° gennaio 2014, nonché tutti quelli emessi o rinnovati dal 2014 al 2016. Il termine per la trasposizione delle nuove regole negli ordinamenti nazionali era il 31 dicembre 2016. Finora 15 Paesi hanno comunicato a Bruxelles di aver completato l’iter, mentre negli altri 13 il recepimento è in corso.
L’attuazione in Italia
In Italia il Consiglio dei ministri ha varato lo schema di decreto attuativo a metà dicembre e il testo è ora all’esame delle commissioni parlamentari. L’approvazione definitiva è attesa a febbraio, mentre il primo scambio di informazioni sui ruling dovrebbe avvenire, secondo l’intenzione della Commissione Ue, entro il prossimo 1° settembre e poi a cadenze prestabilite.
Nel nostro Paese, peraltro, già esiste una disposizione sullo scambio di informazioni per gli accordi preventivi (articolo 31 ter, comma 4, Dpr 600/73) in forza della quale l’amministrazione «copia dell’accordo all’autorità fiscale competente degli Stati di residenza o di stabilimento delle imprese con le quali i contribuenti pongono in essere le relative operazioni». E intanto attende la piena attuazione un altro obbligo di comunicazione immaginato per contrastare l’evasione e l’elusione internazionali, derivante dalle raccomandazioni Ocse e sancito nella nostra legislazione dalla legge di Stabilità per il 2016 (la legge 208 del 2015): si tratta del Country by country reporting, ovvero una rendicontazione Paese per Paese dell’ammontare di ricavi e utili lordi, delle imposte pagate e maturate, di altri elementi «indicatori di un’attività economica effettiva, da parte delle società controllanti, residenti nel territorio dello Stato». Il decreto dell’Economia che deve dare efficacia a questo obbligo, però, non è ancora stato emanato.

Chiara Bussi
Mauro Meazza

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