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Royalty sotto controllo

Le royalty companies restano soggette al controllo antiabuso. L’associazione delle holding italiane, Assoholding in una circolare agli iscritti evidenzia il mancato coordinamento tra la normativa sul Patent box e quella sulle società di comodo presenza di una Royalty company (società appositamente costituite per accentrare nelle stesse la proprietà dei beni immateriali da assoggettare al regime agevolativo sul Patent box). Nel commentare la circolare dell’Agenzia delle entrate 1° dicembre 2015, n. 36/E sul Patent box, l’associazione Assoholding ha, infatti, riscontrato la sussistenza di alcuni problemi di carattere sistematico, in ipotesi di costituzione di una royalty company in cui accentrare la proprietà dei beni immateriali del gruppo, poi concessi in uso ad altre società (terze o appartenenti al medesimo gruppo), così da realizzare uno sfruttamento economico indiretto ai fini della fruizione del regime agevolativo sul Patent box ed evitare, in ultima analisi, il c.d. ruling obbligatorio previsto in materia.

In particolare, sebbene alla luce dei chiarimenti offerti nel richiamato documento di prassi, lo schema non appare sindacabile sotto il profilo della clausola generale anti abuso (art. 10-bis del dlgs. n. 128/2015), fermo restando il potere dell’amministrazione finanziaria di contestare la congruità dei corrispettivi pattuiti per la concessione in uso dei beni immateriali attribuiti alla Royalty company restano comunque soggetti, la Royalty company sarebbe comunque soggetta alla ulteriore normativa antiabuso prevista in materia di società di comodo.

I redditi della Royalty company, infatti, sarebbero comunque assoggettabili al test di operatività di cui all’art. 30 della legge n. 724/1995 (norma antiabuso finalizzata a contrastare il fenomeno delle cc.dd. società di comodo), ai sensi del quale: «si considerano non operative le società il cui conto economico presenta un ammontare complessivo di ricavi, incrementi delle rimanenze e proventi ordinari inferiore alla somma degli importi che risultano applicando determinati coefficienti a taluni asset patrimoniali e precisamente», per quanto qui d’interesse «il 15% al valore delle altre immobilizzazioni materiali e immateriali, anche in locazione finanziaria».

Come osservato dall’Associazione di categoria, il denunciato mancato coordinamento normativo, oltre a creare evidenti problemi operativi, rischia di ridurre l’appeal del Patent box, ovvero di sterilizzarne i benefici pratici, nelle evenienze in cui la Royalty company, in tesi costituita allo scopo di evitare il ruling obbligatorio, sia dotata dei soli beni immateriali agevolabili ai fini del Patent box.

In tali casi, invero, la predetta società, al fine di evitare l’applicazione della disciplina sulle società non operative (da cui conseguirebbe l’attribuzione di un reddito minimo presunto con applicazione di un’aliquota Ires maggiorata al 38% e un limite all’utilizzo delle perdite e del credito Iva) dovrebbe pattuire una royalty per l’utilizzo del almeno pari al 15%; riducendo in tal modo l’appetibilità delle agevolazioni previste in materia di Patent box. La svista del Legislatore, inoltre, potrebbe causare la contestuale parallela prosecuzione dei due distinti ruling presentabili dalla Royalty company (i.e. quello ex art. 12 del dm 30 luglio 2015, ovvero quello di cui all’art. 30 della l 724/1994 e all’art. 11 della L. n. 212/2000, come modificati dal dlgs. 24 settembre 2015, n. 156), con ogni evidente conseguenza negativa sotto il profilo della possibile difformità dei relativi esiti.

Per ovviare al denunciato deficit di coordinamento, Assoholding propone, in alternativa a un apposito intervento del legislatore volto a introdurre una norma che escluda esplicitamente le royalty companies dall’ambito applicativo delle società di comodo, un chiarimento da parte dell’amministrazione finanziaria circa l’ammissibilità della riduzione del reddito minimo dichiarato in conformità alla disciplina delle società di comodo, con la variazione in diminuzione da Patent box. Tale conclusione appare certamente condivisibile, sia per ragioni di maggiore celerità rispetto all’intervento legislativo, sia perché già conosciuta dalla prassi dell’amministrazione finanziaria, che ha adottato tale soluzione con riferimento all’ulteriore agevolazione prevista in materia di Ace (cfr. Circ. 23 maggio 2014, n. 12 e Circ. min. 4 maggio 2007, n. 25/E).

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