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Rovati: “I nostri piani dopo la fusione di Rottapharm con Meda”

«L a nostra non è stata un’uscita dal farmaceutico ma un cambiamento di pelle. Abbiamo fuso la nostra società Rottapharm Madaus in una realtà più grande, la Meda AB, quotata alla Borsa di Stoccolma, di cui abbiamo adesso il 9 per cento e di cui siamo i secondi azionisti subito dietro la famiglia Olsson che ha circa il 20%, mentre io stesso siedo nel cda come neo Vice Presidente. E pian piano io e mio fratello Lucio reinvestiremo la liquidità ottenuta, circa 1,6 miliardi di pronta cassa, in nuove attività». Luca Rovati spiega per la prima volta le ragioni della vendita della società fondata dal padre, di cui era ad, arrivata d’improvviso lo scorso luglio dopo un tentativo (non andato a buon fine, date le pessime condizioni di mercato) di quotarsi alla Borsa italiana. Ma, soprattutto, Rovati spiega adesso che la famiglia non si è ritirata a vita privata ma conta di investire la propria liquidità in vario modo nei prossimi anni. A cominciare dal forte impegno finanziario richiesto da Rottapharm Biotech, l’attività di R&S nei farmaci innovativi e di nuova generazione scorporata prima del tentativo di quotazione in Borsa. Dottor Rovati, dica la verità. Forse suo padre, che fondò l’impresa nel 1961, non è stato molto contento della vendita. «No, non è così. Rottapharm Madaus è stata fusa in una realtà più grande, ed era da tempo che avevamo deciso di procedere su tale percorso». Ma scusi, fino a un mese prima, nel giugno scorso, vi preparavate alla quotazione in Borsa, segno che i programmi erano forse altri: raccogliere denaro fresco per continuare magari quella politica di acquisizioni come fatto negli anni passati. «Non è così. Era da tempo, almeno dal 2009-2010, che cercavamo dei partner con cui allearci o fonderci. Nel 2011-12 cercammo anche un fondo di private equity che iniettasse risorse finanziarie ma non andò a buon fine. Nel 2013-14 maturammo l’idea di fare un’Ipo. Ci preparammo poi alla quotazione a febbraio scorso per andare in Borsa a luglio. Purtroppo le condizioni di mercato, improvvisamente cambiate, non lo resero possibile e ci ritirammo». E poi arrivò Meda. Ma scusi, se voi volevate allearvi o fondervi con qualcun altro perché andare in Borsa? «È molto semplice. Perché anche per fare una fusione è meglio essere quotati. I rapporti di concambio possono essere stabiliti con più facilità. Per fortuna la Meda AB, con cui già avevamo proficui rapporti di business, si è resa conto del nostro valore e così è stato facile pervenire alla fusione nonostante noi non fossimo quotati». Ma ha qualche rimpianto? In fondo l’Italia ha perso ora un altro pezzetto della sua industria. E la vostra azienda aveva bilanci floridi. Non ha mai pensato ad altre soluzioni, magari una fusione con altre medie imprese italiane, tipo Menarini o Recordati, altre realtà molto buone, peraltro. «Intanto diciamo che l’Italia non ha perso nulla. Noi abbiamo salvaguardato il nostro patrimonio industriale, che resterà qui in Italia. Lo sa che adesso Meda AB, grazie a noi, ha in Italia una realtà che produce 240 milioni di di euro fatturato contro i 260 prodotti negli Usa e che presto potremmo superare gli Stati Uniti? Ripeto: con la fusione non abbiamo perso il nostro patrimonio industriale, lo abbiamo soltanto passato a una realtà più grande in cui noi contiamo ancora e che per la finanziaria di famiglia, la Fidim, rappresenta ancora la più importante partecipazione industriale». Scusi, la domanda era se avevate mai pensato a fondervi con altre realtà italiane. «Sì, certo, lo abbiamo pensato. Già dal 2008 ci eravamo resi conto che essere una buona media azienda in un mondo dominato dalle Big Pharma non era la cosa migliore. Un conto è vivere, un altro prosperare. Per quanto riguarda le italiane, lo sa anche lei come vanno queste cose: in Italia le famiglie fanno fatica a perdere il controllo della loro azienda. Noi lo abbiamo fatto e non ci pentiamo. Meda è sostanzialmente una public company dove i fondi hanno il 55 per cento del capitale». Parliamo adesso dei vostri progetti: la liquidità in cassa sfiora gli 1,6 miliardi. Un bel gruzzoletto: cosa ci volete fare? «Intanto vogliamo investire nel biotech, in cui crediamo molto e in cui servono grossi finanziamenti, da trovare anche con altri partner, per sviluppare le medicine di nuova generazione ». Ma non è che pensate anche a rientrare nel farmaceutico? «No, e comunque ancora per diciassette mesi neppure potremmo reinvestire in altre aziende farmaceutiche secondo l’accordo fatto con Meda». Altri progetti? «Oggi le quotazioni delle imprese industriali in Italia sono estremamente basse. E l’Italia sta tornando fuori nei ‘panieri’ dei fondi di private equity internazionali. Il nostro sembra un paese eccellente per investirvi nei prossimi cinque anni». E quindi? «Quindi non escludiamo di creare un nostro fondo di private equity, magari con altri soci in giro per il mondo, per sfruttare queste opportunità». Un consiglio da imprenditore al governo, che è alla disperata ricerca di una molla per far ripartire l’economia? «Lo Stato italiano deve imparare da quello francese a fare sistema. Finora non siamo riusciti a fare una politica a favore delle aziende. Se Renzi ci riuscirà sarà un gran bel passo avanti».

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