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Rottura sul contratto, bancari in sciopero

MILANO — L’Abi ha disdetto ieri il contratto dei bancari. Sindacati verso lo sciopero unitario. Le sette sigle che hanno firmato il contratto di categoria parlano con una sola voce: «Non accettiamo ricatti, rapporti sindacali interrotti anche nei 13 istituti in cui oggi si dovrebbero gestire accordi di riduzione del personale già firmati». Altrettanto ferma la posizione dell’Abi, presieduta da Antonio Patuelli: «Questi livelli di occupazione e di retribuzione non sono più sostenibili. Il modello va rivisto».
La via imboccata va dritta verso lo sciopero. Per quanto riguarda la definizione della data, il settore fa i conti con la normativa sui servizi pubblici essenziali. Con ogni probabilità si tratterà del 31 di ottobre.
Il contratto nazionale era stato firmato a gennaio nel 2012 e scade il 30 giugno dell’anno prossimo. Per effetto della disdetta, dal primo luglio 2014 non sarà prorogato nemmeno in mancanza di una nuova intesa. Nella prima metà del 2014 è previsto uno scatto retributivo: i bancari lo avranno comunque in busta paga. La disdetta consente, però, agli istituti di credito di non ripristinare alcune voci del Tfr decurtate a partire dal gennaio 2012.
Perché un intervento così dirompente, in un settore in cui non si sciopera da 13 anni (nel 2000 l’ultima chiusura degli sportelli per protesta)? «Il punto non sono le voci del Tfr ma un sistema che non è più sostenibile — risponde Francesco Micheli, presidente del comitato affari sindacali dell’Abi —. Solo un esempio: Internet ha ridotto le transazioni allo sportello del 50%. Dobbiamo trovare il coraggio di innovare introducendo nuovo mestieri. La consulenza va portata al cliente fino a casa. Bisogna creare un maggior legame tra retribuzioni e risultati. E sempre più sarà necessaria flessibilità sugli orari di lavoro».
Durante l’incontro in cui ieri è stata formalizzata la disdetta del contratto nazionale, Abi ha sottolineato la delicatezza del momento, a partire dall’aumento delle sofferenze. Ha inoltre lamentato un costo del lavoro troppo alto rispetto al resto d’Europa e un’eccessiva incidenza della qualifiche medio-alte.
Ben diversa la situazione vista con gli occhi del sindacato. «Questa non è una disdetta tecnica ma politica. È una pistola alla tempia puntata contro di noi perché il nuovo contratto di categoria venga rinnovato alle condizioni degli istituti di credito», taglia corto Lando Sileoni, segretario generale della Fabi. «Non escluderei che questo sia anche un modo per ottenere dal governo vantaggi fiscali alzando la posta delle tensioni sociali. Non staremo a questo gioco», aggiunge Sileoni.
Dal canto suo Giulio Romani, segretario generale dei bancari della Fiba Cisl, teme che dietro la mossa dell’Abi ci sia l’intenzione di passare di fatto da uno a due contratti a seconda delle mansioni dei dipendenti. «Se il modello è quello delle assicurazioni, noi non ci stiamo — si scalda Romani —. Le banche parlano dell’aumento delle sofferenze senza dire che parte di queste sono di natura politica. Dovute alla malagestione. E ora si vogliono far pagare ai dipendenti gli errori di gestione di un management strapagato».
Certo è che dall’impasse non si potrà uscire con prepensionamenti e uscite incentivate. Una carta già spesa nel recente passato.

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