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Rottamazione con trappola

Trappola rottamazione per le procedure concorsuali. La presentazione dell’istanza per la definizione agevolata seguita dal mancato pagamento di quanto comunicato da Equitalia (ora Agenzia delle entrate-Riscossione) non solo fa risorgere il maggior debito originario ma cristallizza la prededucibilità degli importi rottamati ma non versati. È questa la pericolosa quanto singolare interpretazione che sta emergendo dalla lettura della disciplina della rottamazione dei ruoli applicata in ambito fallimentare.

Il comma 13 dell’articolo 6 del dl 193 del 2016 prevede testualmente che: «Alle somme occorrenti per aderire alla definizione di cui al comma 1, che sono oggetto di procedura concorsuale, nonché in tutte le procedure di composizione negoziale della crisi d’impresa previste dal regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, si applica la disciplina dei crediti prededucibili di cui agli articoli 111 e 111-bis legge fallimentare».

La possibilità di fruire della rottamazione anche nell’ambito delle procedure concorsuali ha sollevato, fin dall’inizio, il problema relativo all’opportunità di aderire da parte degli organi procedurali preposti (curatore, liquidatore giudiziale o commissario giudiziale a seconda della procedura interessata e dello stato della stessa). Per le società in bonis, infatti, l’adesione comporta sicuramente un vantaggio in termini di risparmio e l’unica preoccupazione che occorre porsi è relativa alla disponibilità della provvista necessaria ad onorare il pagamento comunicato dall’ente per la riscossione, sia esso in unica soluzione sia esso rateizzato come previsto dalla norma.

Nelle procedure concorsuali, invece il calcolo di convenienza non è così agevole, giacché, da un lato, alcuni importi possono essere esclusi dal passivo concorsuale (si pensi agli aggi del concessionario relativamente alle cartelle notificate dopo la sentenza di fallimento o dopo la pubblicazione del ricorso presso il registro delle imprese per l’accesso al concordato preventivo) e dall’altro i vari tributi e accessori ammessi possono essere corredati o meno da privilegio.

Così in procedura si deve verificare e valutare se il risparmio derivante dalla rottamazione, che è calcolato sulle somme iscritte a ruolo fino al 31 dicembre 2016 e non già su quelle ammesse al passivo, è superiore agli eventuali maggiori costi derivanti dall’impegno a pagare somme non dovute perché escluse dal passivo concorsuale. Il tutto, ovviamente, in aggiunta alla verifica della disponibilità liquida necessaria a onorare la rottamazione.

In verità, però, fin dall’inizio, l’adesione veniva vista, nell’ambito delle procedure concorsuali, come una opportunità da non perdere, priva di conseguenze negative in caso di mancato pagamento.

Ciò perché il comma 4 dell’articolo 6 del dl 193 del 2016 prevede semplicemente che «in caso di mancato ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell’unica rata ovvero di una rata di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme di cui al comma 1, lettere a) e b), la definizione non produce effetti e riprendono a decorrere i termini di prescrizione e decadenza per il recupero dei carichi oggetto della dichiarazione di cui al comma 2».

La lettura più immediata di tale disposizione, in ambito concorsuale, porta a ritenere che nel caso in cui, una volta effettuata l’istanza di definizione non si proceda al pagamento alle scadenze previste, la richiesta di definizione risulta tamquam non esset e risorgerà il debito complessivo così come iscritto a ruolo e ammesso (o non ammesso) al passivo concorsuale. In tale scenario, quindi, appariva opportuno presentare comunque la domanda di rottamazione entro il termine previsto (da ultimo 21 aprile 2017) salvo poi soprassedere al pagamento in assenza di liquidità o in carenza di convenienza.

Ora però alcuni tribunali stanno discutendo sul fatto che l’eventuale adesione alla rottamazione, a prescindere dal successivo pagamento della stessa, renda le somme comunicate dall’ente per la riscossione in ogni caso prededucibili. Con la conseguenza che, in caso di mancato pagamento della rottamazione, rivivrà sì il debito originario iscritto a ruolo ma la parte dello stesso a suo tempo oggetto di rottamazione manterrà il rango prededucibile. Ciò, come si può vedere dall’esempio in pagina, determinerebbe una estrema penalizzazione per la procedura coinvolta giacché non solo rivivrebbe il debito originario ma una parte di esso verrebbe a essere innalzata al grado prededucibile rispetto alla precedente situazione concorsuale nella quale alcuni importi potrebbero addirittura non essere stati ammessi. Il tutto, ovviamente, con fonte di responsabilità per gli organi della procedura stessa.

Il punto di discussione è costituito dal fatto che il comma 13 dell’articolo 6, sopra richiamato, dichiara prededucibili gli importi necessari per il pagamento della definizione con ciò, sostengono i fautori della tesi più estremista, sancendone la prededucibilità già al momento della presentazione dell’istanza, a prescindere, appunto, dall’effettivo e successivo pagamento.

La tesi, in verità, non convince. La rottamazione è assimilabile a una transazione posta in essere tra il debitore e il concessionario per la riscossione. L’accordo prevede reciproche concessioni: da un lato il debitore si impegna a pagare alle scadenze pattuite e, in caso di procedura concorsuale, acconsente a che tali pagamenti vengano effettuati al di fuori del procedimento di riparto e con la natura dei crediti prededucibili; dall’altro l’ente della riscossione riduce gli importi dovuti escludendo dagli stessi sanzioni e interessi di mora, oltre a rideterminare l’aggio sulle minori somme.

Allora delle due l’una: o la transazione si perfeziona con il pagamento del dovuto e allora fino a che ciò non avviene la stessa è tamquam non esset, con impossibilità di produrre alcun effetto; oppure l’istanza del debitore e la comunicazione dell’Equitalia rappresentano il sinallagma di un contratto basato, appunto su proposta e accettazione, a prescindere dal successivo pagamento; in tale ultima ipotesi, allora, il pagamento non inficia la transazione stessa già perfezionata e gli importi originari dovuti non potrebbero mai risorgere.

Non si capisce, insomma, perché la decadenza dell’accordo faccia venir meno i vantaggi previsti per il debitore (riduzione delle somme) ma mantenga invece quelli a favore dell’ente della riscossione (prededuzione e ripristino dell’intero credito).

Un esempio. Per chiarire meglio gli effetti dell’interpretazione suesposta si consideri la seguente situazione illustrata dalla tabella in pagina. A un carico iscritto a ruolo di complessivi euro 153.000 può corrispondere una ammissione al passivo (per esempio, nell’ambito di un fallimento) per soli 135.000 euro. Ciò in quanto i compensi di riscossione e gli interessi di mora potrebbero non essere ammessi se la cartella viene notificata dopo la dichiarazione di fallimento.

A fronte di tali importi il curatore fallimentare presenta istanza di adesione e l’equitalia risponde comunicando gli importi dovuti all’esito della rottamazione, quantificabili in euro 110.500, tutti in prededuzione. Si noti che Equitalia determina l’importo dovuto prendendo a riferimento il carico complessivo iscritto a ruolo e non già l’importo ammesso al passivo. In tal modo sarà dovuto anche l’aggio (ricalcolato sul minor debito) seppure a suo tempo escluso dallo steso passivo.

A fronte di tali elementi se il curatore non procede al pagamento della definizione agevolata alle scadenze pattuite, due possono essere le ipotesi che si prospettano. La prima, più lineare e condivisibile, rende del tutto vana l’istanza e ripristina la situazione previgente, con un importo complessivamente ammesso al passivo di euro 135 mila in privilegio. La seconda, penalizzante, prevede invece che le somme dovute per la rottamazione restino in prededuzione (110.500,00) mentre le altre risorgano in privilegio. La conseguenza nefasta di tale approccio è che l’adesione senza il pagamento fa risorgere un debito superiore a quello ammesso al passivo e addirittura assistito da prededuzione per la parte rottamabile.

Alessandro Felicioni

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