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Ma tra Roma e Parigi salgono le tensioni sui salvataggi bancari

Le posizioni di Italia e Francia in Europa, almeno in politica economica, da qualche tempo sono così vicine che è difficile passare un foglio di carta fra le due. In parte discendono da sensibilità e problemi comuni sui conti pubblici, sui doveri di una banca centrale e su come l’area euro va consolidata. In parte da 520 acquisizioni di imprese fra i due paesi dal 2007, con le italiane spesso (non sempre) in veste di preda.

Da un anno, tutto questo e la familiarità fra i dirigenti ha avvicinato molto i due Paesi. Fino a ieri, nella fase discendente della crisi da Covid. Ora la prospettiva dei vaccini, quella del Recovery Fund e l’opportunità di nuove conquiste industriali o finanziarie in una stagione di valutazioni depresse – più tassi zero sulle scalate a debito – sposta gli equilibri. E stende delle ombra. Non è più il momento in cui Roma e Parigi facevano fronte comune per montare le difese contro una recessione apocalittica. In vista di una ripresa da disegnare, certi scogli tornano fuori e la visita ieri del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire al collega Roberto Gualtieri a Roma non li ha rimossi.

Le differenze sono innegabili. Il governo francese ha già presentato una versione del suo Recovery Plan e non apprezza che l’Italia esiti con il proprio. Parigi ha fretta di portare gli italiani a bordo dei suoi progetti europei: idrogeno, cloud con Gaia-X, rete mobile 5G, sistemi di pagamento. In Francia non si capisce perché il governo italiano esiti, vista la durezza della crisi. Ma a Roma non si capisce perché agganciarsi sempre a progetti francesi in aree dove l’Italia ha già un vantaggio competitivo, per esempio sui sistemi di pagamento.

Ci sono poi aspetti più delicati. Secondo vari osservatori, giorni fa la Francia ha trovato un terreno comune con la Germania e firmato un documento con l’Olanda, il Paese più rigido. Tema: le banche e la gestione dell’ondata di crediti in default per oltre mille miliardi di euro che questa recessione tornerà a creare in Italia e nel resto dell’area. Riservatamente, fra Parigi e l’Aia si profila l’idea di chiudere tutte le strade aperte dal governo italiano negli ultimi anni per salvare l’operatività delle banche in crisi senza falcidiare investitori e risparmiatori in base ai vincoli europei. La proposta franco-olandese, ben vista a Berlino, impedirebbe le soluzioni con cui vari governi italiani hanno limitato lo choc degli interventi su Monte dei Paschi, Popolari di Vicenza e Veneto, Etruria e le altre. Si mira infatti a limitare la possibilità che ci siano aiuti di Stato in caso di liquidazioni. Si chiede che si applichi il massimo della sforbiciata possibile su investitori e depositanti, anche quando una banca viene sostenuta da un sistema nazionale di tutela dei depositi. Si cerca di limitare le ricapitalizzazioni pubbliche «precauzionali», come quella che salvò Mps, solo a banche che si sottopongano a verifiche europee stringenti sulla situazione attuale dei bilanci e le prospettive future. E si pensa a verifiche simili per molte banche minori.

In Italia qualcuno sospetta che a Parigi si stia cercando di chiudere le scappatoie per i salvataggi, in modo da gettare le basi di una nuova stagione di acquisizioni di banche italiane in difficoltà da parte di Bnp Paribas, Société Générale o Crédit Agricole. A Parigi si lamenta che a Roma non si lavora abbastanza per preparare la ripresa. Di certo la recessione da Covid farà vincitori e vinti. E che entrambi i Paesi si ritrovino ancora una volta dalla stessa parte della linea di faglia, resta tutto da dimostrare.

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