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Roma capitale dell’Imu

La base imponibile molto più alta della media e i ritocchi alle aliquote determinati dai problemi del bilancio capitolino fanno di Roma la capitale dell’Imu. Appena dietro si colloca Torino, mentre Reggio Calabria, Cosenza e Palermo si rivelano al momento le più “parche” fra le città capoluogo.
Sono queste le linee principali del quadro delineato per la nuova imposta “municipale” dalle scelte che i Comuni stanno compiendo per sciogliere il rebus dei bilanci 2012 (le indicazioni sulle Giunte che sono già avanti nella definizione delle aliquote sono state raccolte sul Sole 24 Ore del 20 aprile). I numeri, che nel corso dell’anno potrebbero peggiorare ulteriormente a causa dei tempi supplementari concessi ai Comuni (fino al 30 settembre) e al Governo (fino al 10 dicembre) per fissare i livelli di prelievo definitivi, confermano i rincari drastici concentrati sulle case concesse in affitto, mentre l’abitazione principale torna nel raggio d’azione dell’imposta dopo quattro anni di assenza e in media si ricolloca vicino ai livelli di prelievo sopportati nel 2007.
In generale, la geografia catastale porta a pagare pegno soprattutto i proprietari nelle grandi città. Il primato di Roma non si discute né sulla casa di abitazione né sul secondo immobile dato in affitto. Sul primo versante, a spingere la Capitale in vetta alla classifica delle tasse sulla casa sono prima di tutto i valori della base imponibile, sensibilmente più alti rispetto alla media delle altre città. I calcoli sono condotti su un trilocale di categoria A2 e di classe media («abitazioni civili») in zona residenziale, non in centro: a Roma, secondo il Catasto, con i moltiplicatori Imu un immobile del genere vale 299mila euro, contro i 208mila di Milano e i 63mila scarsi di Cosenza e Reggio Calabria. La Giunta Alemanno, poi, aggiunge un tassello per consolidare il primato, alzando al 5 per mille l’aliquota che al livello base mantenuto da molte amministrazioni locali è al 4 per mille. Scelte ancora più drastiche, comunque, sono compiute per esempio a Torino (5,5 per mille) e a Caserta (6 per mille, come a Parma e Catania), dove però l’imposta si mantiene più bassa proprio per i più ridotti valori fiscali di riferimento.
Roma primeggia anche sulla casa data in affitto (in questo caso sotto esame finisce un bilocale di categoria A3, «abitazioni economiche», sempre di classe media e in zona residenziale: nella capitale un immobile del genere paga 1.343 euro all’anno; se a essere concesso in affitto fosse il trilocale qui analizzato come abitazione principale, l’imposta volerebbe a quota 2.275 euro all’anno), dove anche l’aliquota è portata al massimo consentito dalla legge (10,6 per mille). In questa classifica, Milano si piazza seconda con 1.140 euro, tallonata da Bologna (1.103), mentre a Torino ce la si potrà cavare con 1.058,5 euro all’anno. Lo stesso immobile pagherà 223 euro all’anno a Cosenza, dove le aliquote secondo le intenzioni comunali si terranno però lontane dal massimo, e 258,5 a Sondrio, dove l’amministrazione ha deciso di mantenere il livello di riferimento fissato dalla legge nazionale (7,6 per mille).
Sempre in fatto di immobili, ieri il ministero dell’Economia è intervenuto nella polemica sull’imposta di scopo ritoccata dagli emendamenti al decreto fiscale. «L’imposta – spiega il ministero in una nota – esiste dal 2007», il suo ampliamento (con la possibilità di finanziare il costo integrale dell’opera pubblica e di durare per 10 anni) è stato portato dal Dlgs 23/2011 approvato nel marzo dell’anno scorso, e gli emendamenti al Dl fiscale si sono limitati a «coordinarla con la nuova Imu» (come illustrato sul Sole 24 Ore del 22 aprile). La pressione fiscale gonfiata dall’Imu rende inoltre accidentato il terreno per la nuova imposta, finora applicata in 20 Comuni, come conferma anche il presidente dell’Anci Graziano Delrio: «È la tassa giusta nel momento sbagliato». Ieri, comunque, sia il Pdl (da cui è arrivato l’emendamento) sia il Pd hanno chiesto di «riconsiderare questo strumento».

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