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Rocca: sono con Bombassei

di Raffaella Polato

MILANO — Il presupposto: «Nei prossimi anni si decide il futuro dell'Italia e dell'Europa. Gli imprenditori non saranno attori secondari. La loro responsabilità nello scegliere il loro leader oggi, ma dovendo già immaginare un domani tutto da inventare, è dunque altissima». La conclusione, in sintesi: «In un Paese che cambia credo debba cambiare anche Confindustria. E credo che il candidato ideale sia Alberto Bombassei». Naturalmente Gianfelice Rocca, presidente del gruppo Techint e vicepresidente (dal 2004) della stessa Confindustria, sa benissimo che cosa qualcuno dirà del suo endorsement. Non è il primo big che, nel duello tra il numero uno della Brembo e il patron della Mapei, Giorgio Squinzi, si schiera a favore del primo. E allora sì, certo, che «qualcuno ritirerà fuori la storia dei presunti poteri forti». Come ci sarà qualcuno a ricordare che, se è per quello, Squinzi gode dell'appoggio della presidente uscente, Emma Marcegaglia. Rocca però si chiama fuori da letture minimaliste e giochi gossipari. Non nega che la corsa a Viale dell'Astronomia sia, come sempre, anche un confronto (e scontro) tra due diversi schieramenti. Ma molto più trasversali della banale, sorpassata contrapposizione grandi-piccoli. E da parte sua, dice, pronunciarsi «è solo questione di trasparenza».
Non dovrebbe essere scontata?
«Dovrebbe, sì. E infatti la scelta del "profilo giusto", per me, arriva solo dopo quella che considero la vera analisi: che cosa serve, oggi, agli imprenditori e al Paese?».
La sua risposta?
«Siamo in una fase in cui la crisi, l'emergenza, il debito dominano su tutto il resto. Ma se vogliamo costruire il futuro, non solo limitarci a uscire da un brutto presente, il primo compito è un altro. L'Italia si deve "spurgare" dall'invadenza partitica. O ricadremo nel nostro peggior male: i debiti dello Stato».
Non è il lavoro che sta facendo Mario Monti?
«Esattamente. Il punto è che, mentre il governo è impegnato a farci uscire dall'asfissia da spread, da credit crunch e da domanda in calo cercando di non aggravare la spirale recessiva, dobbiamo cominciare a domandarci anche che cosa succederà "dopo" Monti».
Non riusciamo a immaginare nemmeno cosa accadrà fra un mese…
«Ma è cruciale. Non a caso è quello su cui lo stesso Monti insiste. Il recupero di competitività nasce da scelte politiche coerenti sostenute per molti anni, e da una maniacale attenzione alla fase esecutiva. Ci sarà capacità di dare continuità alla "buona politica", senza ricadere nella spirale dei partiti pronti a dilapidarla sull'altare del consenso?».
In tutto ciò Confindustria cosa, o come, c'entra?
«Può essere motore di quella continuità tra "tecnici" e "politici" che oggi non vediamo. E, come le altre grandi istituzioni intermedie del Paese, ha una responsabilità rilevantissima nell'influenzare le politiche pubbliche».
Lei usa la parola «istituzioni», e vale anche per altre associazioni e per i sindacati. Non sarebbe più giusto parlare di lobby? Legittime, ci mancherebbe: ma le politiche pubbliche le hanno in realtà influenzate, fin qui, battendo cassa.
«Io posso parlare per Confindustria. Penso che debba cambiare, come sta cambiando il Paese. E che debba trasformarsi da "sindacato d'interessi" in "allenatore degli imprenditori": nei servizi, nell'internazionalizzazione, nella formazione delle risorse umane. È in questo senso che ci vuole un presidente di cambiamento, non perché quel che è stato fatto in questi quattro anni sia stato fatto male. Anzi».
Di Marcegaglia lei è «vice». Quali meriti le riconosce?
«Ha gestito molto bene quattro anni drammatici. Ha interpretato con Confindustria un ruolo essenziale nel processo che ha portato al governo Monti. Ed è sempre stata accanto alle imprese».
Adesso, alla sua scadenza, il confronto è però proprio sulla linea: con Bombassei, discontinuità; con Squinzi, continuità.
«Non penso che questa sintesi si adatti a due imprenditori del calibro di Bombassei e Squinzi. Detto ciò, dobbiamo passare a un'altra fase: alla visione strategica, alla capacità di immaginare non solo i prossimi due anni ma i prossimi dieci. Servono un centro studi forte e una modifica profonda della tecnostruttura centrale: deve diventare un luogo di attrattività per i migliori civil servant».
Dice poco.
«Dico di più. Il presidente oggi è diventato di fatto un amministratore delegato, il che gli rende impossibile continuare a fare l'imprenditore. Non credo sia giusto. Credo che il leader non debba essere assorbito dal day by day, e che anche la squadra di "vice" e il direttivo debbano essere più snelli».
Perché Bombassei, per lei?
«Mi lasci prima dire che abbiamo un vantaggio: due candidati imprenditori puri, validi, che hanno fatto da sé le loro aziende e nel dna hanno l'industria e non la comunicazione. Stimo entrambi moltissimo».
Però sceglie il numero uno Brembo.
«Perché mi sembra ben interpretare le esigenze di cambiamento. Perché ha generosamente dato la sua disponibilità a tempo pieno per preparare una Confindustria il cui presidente possa continuare a fare anche l'imprenditore. Perché compete, per innovazione e tecnologia, ai più alti livelli mondiali. Perché con il Kilometro Rosso ha trasferito tutto questo a una più vasta platea industriale e scientifica».
Vuole anche la riforma dell'articolo 18…
«Opera in un settore, la meccanica, che esporta molto di quel che produce qui: il confronto competitivo, anche su costo e produttività del lavoro, lo sente direttamente. Come la maggior parte delle aziende italiane. Ma non mi pare significhi negare il confronto con i sindacati».
 

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