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Rocca: l’Italia adesso può ripartire Meno illusioni e più fiducia nell’industria

Alla fine conclude che «sì, credo di sì: ripartiremo». Per Gianfelice Rocca la condizione — la principale, almeno — è che «ci liberiamo di vent’anni di equivoci e problemi non affrontati». Passi avanti però ne abbiamo fatti, dice, e se è vero che il prezzo è stato la Grande Crisi «ormai dell’emergenza siamo consapevoli». Soprattutto (o nonostante tutto): «L’Italia ha doti profonde cui dobbiamo soltanto consentire di emergere». È assolutamente alla nostra portata. Riaccendere i motori — l’espressione che il presidente di Techint e Assolombarda ha scelto come titolo del saggio appena pubblicato da Marsilio — è possibile. Del «come» e degli «a patto che» Rocca discuterà questa sera con Romano Prodi, Giorgio Squinzi, Andrea Pontremoli, Ferruccio de Bortoli (padrone di casa dell’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera: appuntamento nella sede milanese di via Solferino, ingresso da via Balzan per la Sala Buzzati, ore 18). Le premesse, e le promesse mantenute dal libro, sono una serie di analisi raccontate in un linguaggio antiaccademico, alcuni giudizi sottilmente sferzanti e senza riguardi per nessuno, più molti, molti luoghi comuni sfatati. 
Lei scrive nell’introduzione che «Riaccendere i motori» nasce da una passione, quella per la lettura dei fenomeni che in pochissimi anni hanno cambiato il pianeta, e da una frustrazione. Va giù piatto contro le «interpretazioni eccessivamente sbrigative che fanno la parte del leone nel dibattito economico, non solo italiano». Ed è tranchant nell’accusare «voci anche molto autorevoli» di «assumere con troppa leggerezza una visione unidimensionale del mondo». In questo neo-conformismo mette un po’ tutti: economisti, politici, sindacalisti…
«Partiamo dalla passione: io sono un industriale e rivendico la bellezza che nel mondo dell’industria ancora c’è. La frustrazione ne è la conseguenza. Perché si parla sempre e soltanto di hi-tech , sembra esistano unicamente il digitale e i bit e che tutto il resto sia preistoria».
Ma è quella «preistoria», peraltro ben felice di sposarsi ai bit, che continua a mandare avanti il mondo: lei cita la meccanica, la farmaceutica, il manifatturiero in generale.
«Vuole un dato, uno dei tanti, che lo dimostri? Gli Stati Uniti sono per antonomasia la culla dell’alta tecnologia. La patria di Apple, Google, Microsoft. Tutte società che hanno certamente cambiato in meglio la nostra vita e quella delle nostre aziende. Eppure anche gli Usa, come la Germania, diminuiscono le esportazioni di hi-tech e aumentano quelle di medium tech . Il manifatturiero è un mondo altrettanto ricco di innovazione. E ha in genere un legame molto stretto con il territorio, dove crea o mantiene occupazione e favorisce la redistribuzione della ricchezza. Non si può dire lo stesso per l’hi-tech . Apple negli Stati Uniti occupa 50 mila persone. Ma i suoi prodotti li montano in Cina, ai salari che sappiamo, i milioni di Foxconn».
Perciò lei ricorda che Barack Obama fa studiare un piano di reindustrializzazione. E che l’Europa punta a riportare al 20% il peso dell’industria. Se è così noi italiani, individualisti e però a volte proprio per questo campioni del manifatturiero innovativo, delle nicchie alte di mercato, dovremmo essere in pole position per la ripresa. Non lo siamo.
«Ma potremmo. Vediamo il quadro oggi. Siamo un Paese ricchissimo di imprenditorialità e creatività, come dimostrano le leadership nella moda o nel design, ma carente di tecnologia. Non perché ci manchino i cervelli, al contrario: i nostri politecnici, per esempio, sfornano eccellenze di livello internazionale. Il problema è che l’Italia ha un’alta intensità di scienza ma non di brevetti. Abbiamo troppi accademici e troppo pochi professional . Questo però dimostra quante potenzialità possiamo ancora sfruttare. Facciamo cadere la grande muraglia tra le università e il mondo del lavoro, delle aziende, della produzione “intelligente”, e potremo puntare a livelli tedeschi».
La Germania però, e lei lo scrive in modo anche crudo, ha fatto quello che noi abbiamo puntualmente predicato ma mai attuato: le riforme.
«È vero, la Germania post-unificazione, oltre a ad avvicinare l’education alla formazione professionale, ha fatto i due grandi compiti a casa che noi abbiamo bisogno di fare: moderazione salariale e flessibilità del mercato del lavoro. È così che ha recuperato produttività. E l’ha fatto con la collaborazione del sindacato».
Che da noi, salvo rari casi e tutti a livello aziendale, è fermo alla concertazione. Come ferma lì pare Confindustria: la Fiat, per ottenere flessibilità, alla fine è dovuta uscirne (non con dispiacere, per la verità). Pensa davvero si possa abbattere, il totem concertativo?
«La questione principale è il sistema sindacale. Per dirla con una battuta: copernicano quello tedesco, tolemaico quello italiano».
Cioè non accetta ancora che la terra sia rotonda, non piatta. Non un limite da poco.
«No, ed è lo specchio di una certa Italia. È una buona parte del Paese che ha vissuto in modo tolemaico. L’idea, o meglio l’illusione, era che il debito pubblico potesse crescere all’infinito perché ci sarebbe stato sempre chi comprava i nostri Bot. È l’equivalente di quello che è successo poi negli Usa con la bolla immobiliare. Nell’uno e nell’altro caso l’esplosione, prima o dopo, era scritta».
Eppure, con tutto ciò, lei dice: «Riaccendere i motori» si può. A patto che?
«A patto che si liberi lo zaino del medium tech dai pesi insostenibili: burocrazia, Fisco, inefficienza dei servizi. Il resto deve farlo una politica dell’education che punti sull’innovazione e arricchisca il patrimonio tecnologico. Do per scontate le riforme strutturali, e devo dire che nel campo del lavoro le prime misure del governo vanno nella direzione giusta, e una politica industriale “di continuità”. Così come mi aspetto si metta mano a un federalismo incompiuto e confuso: anziché la burocrazia competitiva e virtuosa del modello Germania, ha inventato la “burocrazia concorrente”. Una gara a chi fa peggio. Il massimo».
Scusi: perché, allora, questa dovrebbe essere la volta buona?
«Perché gli italiani, dopo la crisi, dell’emergenza sono consapevoli. E sono loro i primi a voler riaccendere i motori».
Già. Ma la chiave? Chi ce l’ha?
«La fiducia. È il gap di fiducia che frena le nostre enormi potenzialità. Dopodiché, dobbiamo sicuramente “spurgare” vent’anni di ritardi, visioni tolemaiche, illusioni».
Questo presuppone che la vendita di illusioni sia finita.
«Un venditore c’è se c’è un compratore…».

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