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Robin tax illegittima, d’ora in poi

La Consulta dice stop alla Robin tax. Come anticipato ieri su queste pagine la Corte costituzionale, con la sentenza 10 depositata ieri (redattore Marta Cartabia), ha bocciato l’addizionale Ires dovuta dalle imprese petrolifere e del settore energetico: le norme della legge dei 100 giorni del 2008 introdotte dal Governo Berlusconi (Dl 112/2008) e le successive modifiche apportate fino al 2011, secondo i giudici, violano i principi di uguaglianza (articolo 3) e di capacità contributiva (articolo 53) sanciti dalla Costituzione. Ma non è tutto. Per far salvi i conti dello Stato e non aprire un buco di qualche miliardo di euro la Consulta ha espressamente disposto che la sentenza produrrà effetti soltanto “pro futuro”: «L’applicazione retroattiva della presente declaratoria di illegittimità costituzionale – scrivono i giudici – determinerebbe anzitutto una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione». E ciò, spiega ancora la Corte in virtù del potere a lei concesso «di regolare gli effetti delle proprie decisioni e ai relativi limiti».
La sentenza, con buona pace dei contribuenti che fino ad oggi hanno versato l’addizionale e di quelli che si sono visti ribaltare sulle bollette i maggiori oneri fiscali sostenuti dalle imprese, avrà dunque effetti soltanto a decorrere dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e, a conti fatti (dal Dipartimento Finanze), potrebbe produrre effetti negativi sui conti pubblici per circa 700 milioni sul 2015 e di circa 800 milioni a decorrere dal 2016.
Diversamente, per la Consulta, non potrebbe essere. Lo stesso scenario macroeconomico delle restituzioni dei versamenti legate alla dichiarazione di illegittimità della Robin tax secondo la Corte «determinerebbe, infatti, uno squilibrio del bilancio di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva, anche per non venire meno al rispetto dei parametri cui l’Italia si è obbligata in sede di unione europea e internazionale». Pertanto, «le conseguenze complessive della rimozione con effetto retroattivo della normativa impugnata finirebbero per richiedere, in un periodo di perdurante crisi economica e finanziaria che pesa sulle fasce più deboli, una irragionevole redistribuzione della ricchezza a vantaggio di quegli operatori economici che possono avere invece beneficiato di una congiuntura favorevole» determinandosi così «un irrimediabile pregiudizio delle esigenze di solidarietà sociale».
Nell’accogliere i dubbi di costituzionalità in relazione alla disparità di trattamento e sulla capacità contributiva (sono stati ritenuti infondati quelli relativi alla mancanza della necessità e urgenza del Dl del 2008) sollevati dalla Commissione provinciale di Reggio Emilia, la Consulta, in estrema sintesi, ha sottolineato come «il vizio di irragionevolezza» emerga chiaramente dalla configurazione stessa dell’addizionale Ires come «maggiorazione di aliquota che si applica all’intero reddito di impresa, anziché ai soli “sovra-profitti”». Al di là della denominazione di «addizionale, infatti, la Robin tax è nei fatti una “maggiorazione d’aliquota” dell’Ires «applicabile ai medesimi presupposto e imponibile di quest’ultima e non, come è avvenuto in altri ordinamenti, come un’imposta sulla redditività».
Da prelievo “temporaneo”, legato a una particolare congiuntura ed introdotto per contrastare meri interessi speculativi, per altro venuti meno con la caduta del prezzo del petrolio, la Corte ha in realtà rilevato l’assenza di una «delimitazione del suo ambito di applicazione in prospettiva temporale o di meccanismi atti a verificare il perdurare della congiuntura economica che ne giustifica l’applicazione». Eppure, hanno ricordato ancora i giudici, non mancano gli esempi con cui il legislatore abbia introdotto «una più esigente contribuzione tributaria a carico di alcuni soggetti». E in tutti i casi la Corte ha ritenuto legittimi questi principi proprio in relazione alla loro «limitata durata». Per citarne alcuni la sovraimposta comunale sui fabbricati, l’Isi ovvero l’imposta straordinaria immobiliare sul valore dei fabbricati, il 6 per mille sui depositi bancari e postali o ancora il contributo straordinario per l’Europa.
Infine i giudici hanno rimarcato l’impossibilità di prevedere meccanismi di accertamento utili a garantire che gli oneri pagati dalle imprese al Fisco scaturiti dall’aumento del prelievo Ires non si siano tradotti in aumenti del prezzo al consumo. In sostanza non esiste alcun meccanismo utile a verificare che sia stato rispettato il cosiddetto divieto di traslazione degli oneri sui prezzi al consumo. Secondo la Corte questo divieto «risulta difficilmente assoggettabile a controlli efficaci, atti a garantire che non sia eluso».

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