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Robin Hood Tax alla stretta finale

di Andrea Curiat e Cristiano Dell'Oste

Cancellarla. Estenderla ad altri settori. Eliminarla per le rinnovabili. Oppure lasciarla così com'è. La Robin Hood Tax è entrata nel frullatore delle ipotesi di modifica – non senza contraccolpi in Borsa per le società di volta in volta "nominate" – e comincia oggi la settimana decisiva verso la conversione in legge. Una settimana in cui avrà un certo peso specifico anche la segnalazione a Governo e Parlamento preannunciata dal garante per l'Energia, Guido Bortoni. In mezzo a tante incertezze, ci sono due punti fermi: la durissima opposizione delle imprese e l'obiettivo di gettito fissato dall'Esecutivo (3,6 miliardi dal 2012 al 2014 secondo la relazione tecnica).

Perimetro allargato

Il decreto legge 138/11 disegna il tributo come un'addizionale Ires al 10,5% che dovrà essere pagata dalle aziende del comparto energetico. Rispetto alla versione della manovra d'estate del 2008 (Dl 112) la soglia di ricavi scende da 25 a 10 milioni e vengono tassati anche il settore delle rinnovabili (fotovoltaico, eolico e biomasse) e quello delle infrastrutture energetiche.

«Il contributo della produzione da fonti rinnovabili al gettito della tassa potrebbe ammontare al massimo tra 100 e 150 milioni di euro l'anno», stima Marco Pigni, direttore dell'associazione dei prodotturi di energia da fonti rinnovabili (Aper). Una previsione in linea con quella del Governo. È però sulle conseguenze che le due posizioni si fanno distanti: secondo Pigni, il gettito «sarebbe comunque inferiore ai benefici apportati dallo sviluppo del settore», quali una riduzione dei costi per l'acquisto di titoli di emissione di CO2 per un ammontare pari a circa 200 milioni all'anno, la creazione di 100mila nuovi posti di lavoro entro il 2020 e investimenti per oltre 50 miliardi.

L'applicazione del tributo ai "trasportatori" di energia, invece, andrà a colpire sostanzialmente Terna e Snam Rete Gas. Su questo punto, il servizio Bilancio del Senato ha fatto le pulci alla relazione tecnica, evidenziando il rischio che i 620 milioni di incasso previsti per il 2012 siano sovrastimati. Ad ogni modo, la base di calcolo sarà l'utile netto, che per Terna è stato di 329 milioni al 30 giugno scorso e per Snam Rete Gas di 576 milioni.

Il conto in Borsa

Nelle stime del Governo, il nuovo tributo vale quasi il 9% della manovra correttiva. Non è difficile, quindi, capire perché diversi esponenti della maggioranza abbiano escluso qualsiasi tipo di modifica. Oltretutto, gli introiti per il 2012 – pari a 1,8 miliardi – non sono destinati a migliorare i saldi di finanza pubblica, ma a ridurre i tagli ai ministeri e agli enti locali. D'altra parte, si comprende bene anche l'opposizione del mondo produttivo e la tentazione tutta politica di spalmare il prelievo su altri settori regolati, dalle telecomunicazioni alle concessionarie di autostrade e aeroporti: raddoppiando la base imponibile si può dimezzare l'aliquota. Non è un caso che proprio questa sia l'indicazione arrivata mercoledì scorso dalla commissione Industria del Senato, insieme al suggerimento di esentare le rinnovabili.

Intanto, i titoli di Borsa scontano già il peggiore degli scenari. Daniele Savarè, gestore di Arca Sgr, rileva: «I titoli che hanno sofferto di più a Piazza Affari sono quelli delle società di distribuzione dell'energia, che prima non venivano toccati dalla tassa. Abbiamo fatto una simulazione con un'imposta all'8,5% fino al 2013 e un'altra al 6,5% resa permanente, ipotesi che danneggerebbe maggiormente i distributori energetici. I cali più forti ci sono stati tra il 16 e il 19 agosto e rispecchiano l'impatto del worst case scenario». Secondo Federico Mobili, gestore azionario di Bnp Paribas asset management, la Robin Hood Tax «comporta un decremento degli utili di circa il 15% per le società regolamentate e del 10% per le società energetiche. Per migliorare gli utili alla luce di questa nuova tassa le società dovranno ridurre i costi operativi oppure cercare di incrementare le vendite». Impossibile però non calcolare le potenziali ricadute negative sugli investimenti.

La tutela degli utenti

Tra tante ipotesi, il tributo sta cambiando la sua filosofia di fondo. La prima Robin Hood Tax era nata con il petrolio a 150 dollari al barile e sul presupposto che le società petrolifere stessero realizzando extraprofitti a danno dei consumatori. Tuttavia, come ha rilevato il presidente dell'Autorità per l'energia, Bortoni, «le infrastrutture di trasporto e distribuzione energetica hanno poco a che fare con le dinamiche petrolifere e sono oggetto di regolazione tariffaria». E comunque, in caso di extraprofitti, «la soluzione non dovrebbe essere fiscale ma regolatoria o, in caso di abusi, starebbe nella normativa antitrust», ha osservato Alberto Mingardi, direttore dell'istituto Bruno Leoni.

Per tutelare gli utenti finali, il decreto 138/11 conferma il «divieto di traslazione dell'onere sui prezzi al consumo» e affida la vigilanza all'Autorità per l'energia. I dati dell'ultima relazione al Parlamento dicono che, su 500 imprese monitorate, l'Authority ha aperto solo 32 procedimenti individuali, di cui 9 conclusi con violazione accertata. Poche infrazioni, quindi. Ma il dato è riferito alla primissima fase di applicazione dell'addizionale (secondo semestre 2008) e mancano le sanzioni.

 

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