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Road map del governo per riscrivere l’art.18 due opzioni sul tavolo

Il governo modificherà l’articolo 18 ma non ha ancora deciso come. D’altra parte il premier Matteo Renzi l’ha detto chiaramente: l’obiettivo è quello di riscrivere tutti gli articoli dello Statuto dei lavoratori del 1970 senza eccezioni. Dunque l’articolo 18, notevolmente depotenziato dalla legge Fornero di due anni fa, non sarà esentato. Tanto più per il valore simbolico che ha quella norma agli occhi della Commissione europea, della Banca centrale di Francoforte e degli investitori. L’articolo 18 serve anche a segnare la discontinuità del governo Renzi rispetto al passato. Ormai è a tutti chiaro che è questo il contesto in cui si gioca l’ennesima partita sull’articolo 18.
Per ora Renzi e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, hanno definito una strategia in due tempi: prima una sorta di operazione divulgativa su come agisce l’articolo 18 e, al di là della sua generale funzione di deterrente contro l’eventuale abuso dei licenziamenti, quali fasce di lavoratori protegge; poi sarà individuata la soluzione di merito, tenendo conto nel frattempo dell’andamento della discussione parlamentare. Che riguarderà l’intero Jobs Act, con la riforma degli ammortizzatori sociali, le regole per l’accesso ai diritti di maternità a favore di tutte le lavoratrici, indipendentemente dal contratto, la rivisitazione del sistema del collocamento pubblico con la nascita di un’Agenzia nazionale. Ed è per questo che Poletti insiste — d’intesa con Renzi — nel dire che alla fine verrà trovata una soluzione «di equilibrio» tra le diverse parti della delega. Perché uno strappo sull’articolo 18 comprometterebbe tutto il resto.
Dunque siamo alle prime mosse del primo tempo. Presentando il programma dei mille giorni, Renzi ha cominciato a circoscrivere la dimensione delproblema: ogni anno sono circa tremila i lavoratori che vengono reintegrati dal giudice (per effetto dell’articolo 18) dopo un licenziamento discriminatori su un totale di oltre 22 milioni di occupati e 60 milioni di abitanti. Insomma è una norma che si applica a una minoranza della popolazione. D’altra parte lo stesso Statuto non si applica alle imprese con meno di 15 dipendenti, cioè alla stragrande maggioranza delle aziende italiane, piccole e poco capitalizzate a differenza proprio del modello industriale tedesco richiamato da Renzi per le regole sul lavoro e il welfare. Mentre una riforma organica delle regole del lavoro che offra più opportunità di impiego — spiegano i tecnici dei ministeri — è destinata ad interessare oltre cinque milioni di persone, tra disoccupati (3,2 milioni) e “scoraggiati” (quasi due milioni).
Ma il premier sa anche che più dell’80 per cento delle cause promosse per licenziamento senza giusta causa finisce prima della sentenza con una transazione economica. E questo potrebbe diventare un argomento decisivo per far protendere il governo verso la cosiddetta “soluzione Ichino”, cioè superare definitivamente l’articolo 18 e introdurre in caso di licenziamento illegittimo il pagamento di una indennità crescente con l’anzianità aziendale del lavoratore. In questo caso — peraltro — verrebbero tutelati anche coloro che ora si rivolgono al giudice ma perdono la causa e non vengono reintegrati.
Il punto è delicatissimo. Nella commissione Lavoro del Senato, infatti, l’esame della delega si è interrotta prima di agosto proprio su questo, con Scelta Civica (il partito del professor Pietro Ichino), Ncd (il partito del presidente della commissione Maurizio Sacconi), i popolari e l’Svp a favore dell’”opzione Ichino” e il Pd a sostegno di una via che ricalca quella proposta dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi: contratto a tutele crescenti con l’applicazione dell’articolo 18 a partire dal terzo anno. Da qui riprenderà domani il lavoro dei senatori con l’obiettivo di approvare la delega entro la fine del mese e passare così il testimone alla Camera dei deputati.
Convitati di pietra in questa disputa sono i sindacati, indeboliti nel loro peso politico e anche divisi specificatamente sull’articolo 18, con Cisl e Uil che non ne hanno mai fatto un totem, e con la Cgil che rilancia proponendo l’estensione a tutti i lavoratori delle tutele previste dalla norma statutaria. Ma i sindacati dovranno pure fare i conti con il probabile ennesimo blocco dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. Ieri il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Angelo Rughetti non l’ha escluso: «Il governo deve fare delle scelte. Non si può dare tutto a tutti. Sarà una decisone collegiale. Ma se non cambia il Def (il Documento di economia e finanza) il blocco resta».
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