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“Una rivoluzione verde” Il programma di Draghi per cambiare l’Italia

Il premier Mario Draghi ha accettato di chiamarla “la rivoluzione verde”. C’è un intero capitolo del Recovery plan dedicato alla transizione ecologica, ed è quello che assorbirà la quota più importante di risorse europee, quasi 70 miliardi da qui al 2026.
Il “verde” e il digitale sono i motori per disegnare l’Italia del post Covid-19, le leve su cui agire per colmare i gap strutturali che da decenni ci spingono in fondo alla classifica continentale per tasso di produttività, per quota di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, per livello di occupazione tra i giovani. «Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce», ha detto più volte il premier. L’Italia sarà un’altra. Ed è questa l’idea della ricostruzione che ha in mente Draghi.
Sulla realizzazione de Pnrr (il Piano di ripresa e resilienza o Recovery plan) si gioca la sua credibilità innanzitutto in Europa, che per la prima volta ha messo in campo una forma di condivisione del debito. I 221,5 miliardi a disposizione, tra i 191,5 del Next generation Eu e i 30 del fondo nazionale complementare, sono davvero un’occasione storica, irripetibile. Quei soldi, però, vanno spesi bene, altrimenti non arriveranno. L’Italia è stato il Paese più colpito dalla profonda recessione provocata dal virus ed è per questo che è anche il maggiore beneficiario delle risorse disponibili.
Quando Draghi dice, come ieri intervenendo al “Leaders summit on climate”, che «l’Italia è un Paese bellissimo ma fragile» non pensa solo alla difesa dell’ambiente e alla lotta al cambiamento climatico, ha in mente un diverso modello di sviluppo che attraversa tutti i settori della vita economica e sociale: dalla scuola e la formazione ai capannoni industriali. Quei 70 miliardi per la transizione ecologica andranno in investimenti in infrastrutture verdi, nell’economia circolare, nella mobilità sostenibile.
C’è, dunque, un “filo verde” che spinge l’ambizione di un cambio di paradigma nell’economia e che può essere anche lo strumento con il quale cominciare a chiudere le falle delle troppe disattenzioni e pigrizie nel passato sul versante della politica industriale e del ruolo stesso dello Stato nell’economia, che può essere promotore di sviluppo e innovazione e non solo ente assistenziale.
Si pensi, ad esempio, agli stanziamenti indirizzati a sostenere la produzione dell’idrogeno e al suo utilizzo nell’ambito dell’industria e dei trasporti locali. Il progetto è tenere insieme la ricerca, alimentata dagli investimenti pubblici e privati, la riconversione di parti dell’apparato produttivo e, infine, il servizio ai cittadini.
Nuove imprese («alcune — è il pensiero di Draghi — dovranno cambiare radicalmente») e nuovo lavoro qualificato perché la sfida digitale accanto a quella dello sviluppo sostenibile richiedono diverse professionalità. Draghi l’ha detta così nelle sue dichiarazioni programmatiche in Parlamento: «La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione; di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito; e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create. Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta».
Tutto è finalizzato ad alzare il tasso di crescita dell’economia. «Una crescita economica più robusta, sostenibile e inclusiva», c’è scritto nel piano-Draghi. Dopo il tracollo del Pil lo scorso anno (-8,9%), il governo stima un incremento del 4,5% quest’anno e del 4,8% nel 2022, poi + 2,6% nel 2023 e + 1,8% nel 2024. E nel 2026, anno entro il quale dovranno essere impegnate le risorse del Nex generation Eu, la crescita economica nazionale sarà — secondo le previsioni del governo — di 3 punti percentuali più alta rispetto allo scenario privo degli investimenti contenuti nel Recovery plan. Sono questi tassi di crescita che potrebbero permetterci di ripagare il debito che stiamo accumulando dall’inizio della pandemia e che sta raggiungendo il 160 per cento del Pil, senza ricorrere a manovre correttive. Nel rapporto debito/Pil è il denominatore che deve aumentare ed essere costantemente superiore ai tassi ultrabassi per il rifinanziamento del debito che garantisce, e continuerà a garantire, la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. E così si chiuderebbe anche il cerchio del piano-Draghi.
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