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«Rivoluzione digitale, l’Italia acceleri»

Nella grande rivoluzione digitale l’Europa è in ritardo. E l’Italia in ritardissimo. «Per la prima volta nella storia, l’Europa non è al centro di una rivoluzione tecnologica», osserva Mariya Gabriel, la commissaria responsabile per l’economia e la società digitali ed ex parlamentare europea del Partito popolare. In una intervista al Sole 24 Ore la signora Gabriel, 38 anni e originaria della Bulgaria, ha voluto fare il punto su una sfida che ha straordinari risvolti tecnologici, economici, sociali diventando una delle priorità dell’Unione, come hanno confermato i Ventotto nel vertice europeo appena svoltosi qui a Bruxelles la settimana scorsa.
L’Italia risulta in ritardo nella rivoluzione digitale. È preoccupata?
Non voglio dare voti ai Paesi. Mi preme soprattutto capire se vi è una presa di coscienza della situazione. In questo senso, i segnali che provengono dall’Italia sono incoraggianti. Il ritardo è evidente: il 70% dei cittadini ha una connessione a Internet accettabile, con un aumento del 4% nel 2016, ma solo il 44% della popolazione ha competenze digitali. Il dato è preoccupante perché si calcola che nel 2020 il 90% degli impieghi richiederà competenze digitali.
La Commissione europea insiste nel promuovere le connessioni ad alta velocità, anche perché si calcola che il traffico Internet aumenterà di otto volte tra il 2016 e il 2020. A che punto siamo di questa strategia?
Siamo convinti che la banda larga sia la chiave, anche per migliorare l’impatto del digitale sulla vita quotidiana dei cittadini. Abbiamo calcolato che dobbiamo investire fino a 500 miliardi di euro da qui al 2025 per dotarci di una rete all’altezza delle nostre esigenze. Secondo i nostri calcoli, se sommiamo i vari contributi europei, nazionali, regionali pubblici e privati, mancano ancora all’appello 155 miliardi. Dobbiamo quindi mobilitare nuovo capitale.
Come valuta in questo senso il piano da 12 miliardi di euro che l’Italia ha presentato nel 2015 per promuovere la banda larga?
È positivo. I segnali, come ho detto, sono incoraggianti. È importante che l’Italia rimanga ambiziosa. Peraltro sono convinta che la connettività possa servire a combattere la frattura sociale e territoriale. In Italia, il 76% delle famiglie ha una connessione Internet accettabile, ma la percentuale scende al 40% nelle zone rurali. Bisogna evitare che la rivoluzione digitale comporti una marginalizzazione delle zone geografiche più periferiche.
Passiamo alla situazione europea. Anche a questo livello, il ritardo si tocca con mano per via anche della pressoché assenza di giganti europei nell’alta tecnologia, non crede?
Nel 2008 le imprese europee avevano una quota di mercato nella produzione di telefoni cellulari dell’80%. Da allora, abbiamo assistito a un calo vertiginoso. Se l’Europa non si impegna, rischia di uscire di scena, lasciando il ruolo di leader ad altri. Non è troppo tardi. Gli europei sono ancora all’avanguardia nella robotica, nell’automobile, nella sicurezza. A proposito di robotica, il progetto di partenariato pubblico-privato Sparc è il principale programma di ricerca civile al mondo in questo settore.
Come vede il futuro dell’economia dei dati?
Oggi questo settore vale il 2% del prodotto interno lordo dell’Unione. Nel 2020, la quota dovrebbe raddoppiare; al 4%. Non vi sono dubbi sull’importanza economica dei dati. Possono essere utilizzati in innumerevoli campi. Possono permettere di stimare l’evoluzione del traffico e quindi gestire parcheggi ed ingorghi; monitorare i rischi di epidemie; migliorare le previsioni climatiche; rendere più efficiente la semina e quindi tra le altre cose la gestione degli stock di pesticidi o la lotta contro lo spreco alimentare.
Quali sono gli ostacoli a cui deve far fronte l’Europa?
Mi fa male il cuore sapere che non vi è alcun Paese europeo tra i primi dieci nel campo dei supercalcolatori. Stiamo lavorando perché questo veda la luce entro il 2022-2023. La sfida è notevole. Mancano oggi in Europa 300mila specialisti di dati. Calcoliamo che nel 2020 la carenza possa salire a 500mila. Non deve sorprendere. La manodopera specializzata è là dove l’economia dei dati è più sviluppata: negli Stati Uniti, in Giappone, in Corea del Sud. Non in Europa.
Cosa fa quindi Bruxelles per promuovere l’economia dei dati?
Prima di tutto abbiamo proposto misure per garantire la sicurezza giuridica, un aspetto cruciale perché i dati possano essere utilizzati con fiducia. Poi vogliamo promuovere la libera circolazione dei dati non personali in tutta l’Unione. Infine, stiamo sensibilizzando i Ventotto sulla necessità di investire nella sicurezza cibernetica. Nel 2016, l’Europa ha investito in questo campo 1,8 miliardi di euro, rispetto ai 19 miliardi investiti dagli Stati Uniti.
Quali Paesi stanno facendo di più in questo settore?
Direi i Paesi scandinavi. Nel grande Nord hanno sede molte banche dati perché questi sono congegni che hanno bisogno di molta acqua per essere raffreddati. Anche la Germania sta facendo molto: non vuole che le banche dati siano localizzate fuori dal suo territorio nazionale.
Perché l’Europa diventi un volano c’è bisogno che l’approccio anche infrastrutturale sia comune. La prossima rete di telecommunicazioni 5G, di cui si parlerà in una speciale riunione ministeriale oggi in Lussemburgo, rischia anch’essa di essere segnata da differenze nazionali?
Il vertice europeo di Tallinn di fine settembre a Ventotto, tutto dedicato alla rivoluzione digitale, è stato simbolicamente importante. Entro il 2018 dovremmo completare il mercato unico digitale. Il 5G è ormai per l’economia di oggi l’acciaio e il carbone dell’economia di ieri. Dobbiamo assolutamente evitare di ripetere gli errori del 4G, quando ciascun Paese è andato con il proprio ritmo.

Beda Romano

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