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«Rivedere le norme sui default. Più tutele per i debitori»

«Usiamo i soldi del Recovery plan anche per risolvere il problema dei crediti deteriorati delle aziende. E l’Europa deve cambiare le regole troppo rigide. Perché se non aiutiamo le imprese che possono salvarsi, non ci sarà ripresa». È accorato l’appello lanciato ieri alla Commissione Banche presieduta da Carla Ruocco da Antonella Sciarrone Alibrandi, giurista e prorettrice della Cattolica di Milano. A far paura sono i debiti provocati da mesi di lockdown: la Bce ha indicato una cifra gigantesca, fino a 1.400 miliardi di euro di crediti difficilmente recuperabili. Potrebbero essere anche meno, in base a come sarà la ripresa. Ma — sostiene Sciarrone — la ripresa va agevolata anche con nuove norme che alleggeriscano la nozione di «default» cui le banche devono adeguarsi adesso.

Professoressa Sciarrone, dal 2021 vige una nuova definizione di «default»: che succede alle banche quando il credito va in «default»?

«Intanto è bene precisare che è una nozione molto eterogenea perché comprende le sofferenze (Npl), cioè i crediti ormai inesigibili. Poi ci sono i cosiddetti «unlikely to pay» (Utp), cioè crediti che prospetticamente il debitore non sarà in grado di pagare; infine ci sono gli scaduti (Past due): a questi si applicano le nuove soglie dei 100 euro e dell’1% dell’esposizione complessiva. Il problema è che tutti sono “default” e quindi le banche hanno bisogno sempre di più accantonamenti e capitale. Ma questo spinge la banca a cederli subito sul mercato secondario dove a comprare, a prezzi vili, sono prevalentemente fondi speculativi non interessati ad aiutare l’impresa a riprendersi ma a vendere il bene a garanzia, di solito la casa o il capannone».

Chi ci guadagna?

«Non ci guadagna né la banca né il debitore. Ma a lungo andare potrebbero non guadagnarci neanche i fondi speculativi, perché se ci sarà un’ondata di nuovi Npl gli immobili sul mercato saranno di più, anche di basso taglio, e i prezzi caleranno. Insomma si disperdono solo risorse».

Che cosa serve allora?

«Vanno ripensate le norme Ue sui default e il cosidetto “calendar provisioning”, cioè la svalutazione obbligatoria del credito dopo un certo periodo. Erano norme nate per far emergere gli Npl che, prima della Vigilanza Unica Bce, le banche tendevano a tenere il più possibile sotto il tappeto. Ora il mondo è cambiato, serve un altro tipo di risposta. A cominciare dalle banche, che devono erogare bene il credito, non svalutarlo solo quando le cose vanno male».

L’Europa ci ascolterà? Serve anche qui Draghi?

«Ci ascolterà, perché la crisi da pandemia ha colpito tutti. Servirebbero nuove regole che consentano alle banche di non dover accantonare patrimonio se ristrutturano la posizione di un debitore, cosa che invece oggi avviene e quindi non spinge le banche ad andare incontro ai debitori. Serve poi un nuovo mercato per gli Npl, con le società anche statali di acquisto dei crediti come l’italiana Amco. E va diversificata la platea degli acquirenti di Npl: servirebbero fondi più pazienti che puntino ad aiutare l’impresa debitrice in un’ottica di social impact e di investimenti sostenibili, che non sono solo quelli a tutela dell’ambiente. In Europa c’è spazio: l’Action Plan di dicembre per la prima volta invita a cercare soluzioni che tutelino anche i debitori. È la prima volta che lo leggo in un documento di Bruxelles».

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