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Rivalutazione Bankitalia al via Ora tetto per gli azionisti al 5%

All’ordine del giorno del consiglio dei ministri di oggi compare sotto forma di decreto legge recante disposizioni urgenti riguardanti la Banca d’Italia. È la riforma della corporate governance dell’istituto d’emissione e permetterà alle banche di far valere le loro quote di partecipazione al capitale di via Nazionale anche nelle prove d’esame su scala europea dell’anno prossimo, occasione in cui verrà sottoposta a verifica la loro forza patrimoniale. Ma il provvedimento è finalizzato anche a ridurre l’attuale concentrazione delle partecipazioni (oggi, per effetto dei processi di fusione e acquisizione avvenuti negli scorsi anni, a Banca Intesa e Unicredit fa capo il 64,6% del capitale di Palazzo Koch) e ad allargare la compagine azionaria in direzione di una proprietà molto più frazionata e diffusa. Per questo, oltre a confermare la politica dei dividendi, la norma conterrà un tetto al possesso azionario fissato al 5% e definirà quali sono gli enti partecipanti al capitale: banche, assicurazioni, fondazioni, fondi pensione pubblici e privati.
Il valore odierno delle quote di via Nazionale è fermo a una cifra pressoché simbolica: appena 156mila euro, l’equivalente odierno dei 300 milioni di lire fissati nel 1936. La rivalutazione porterà questa somma a un ammontare che oscilla tra i 5 e i 7,5 miliardi e, nelle stime di via XX Settembre, potrà fruttare all’Erario l’anno prossimo un gettito tributario che si aggira intorno a un miliardo e 200 milioni.
Oltre a fissare un tetto massimo di possesso e a imporre alle banche l’obbligo di vendere le quote superiori al 5% (stabilendo altresì che finché non si vende, comunque, sull’eccedenza rispetto al tetto non si ha diritto di voto) nella norma dovrebbe essere prevista la possibilità per la Banca centrale di acquistare le partecipazioni eccedenti durante un periodo transitorio, in attesa della creazione di un vero mercato delle quote.
Infine, poiché le partecipazioni azionarie diventeranno marketable, aziende di credito e istituti potranno spostare le loro quote nel portafoglio dei titoli negoziabili. Quindi, dal punto di vista fiscale, sarà possibile applicare quella disposizione, contenuta nella legge di stabilità e relativa alla rivalutazione degli asset delle imprese, che prevede per queste poste un’aliquota del 16%. Intanto, con un emendamento alla legge di stabilità si estendono alla Banca d’Italia alcune misure di contenimento dei costi della Pa, come il blocco del turn over e il taglio al tetto degli stipendi dei manager.
La forma normativa del decreto legge permetterà alle aziende di credito titolari delle quote di via Nazionale di apportare le modifiche conseguenti già nel bilancio del 2013; un passaggio importante, all’interno dell’iter di conversione del provvedimento sarà in ogni caso il parere della Banca centrale europea, obbligatoriamente previsto per tutto quel che attiene alle banche centrali del Sebc di cui il Trattato tutela l’indipendenza.
Per chiarire finalità e metodologie, il ministero dell’Economia aveva del resto pubblicato sul suo sito il testo del documento della Banca d’Italia che riassume il lavoro di valutazione diretto da un comitato composto da esperti ad alto livello: l’ex vicepresidente della Bce Lucas Papademos, l’ex presidente della Corte costituzionale Franco Gallo e il rettore dell’Università Bocconi Andrea Sironi. Un documento che non convince il presidente dei deputati di Forza Italia, Renato Brunetta, secondo il quale, adottando diversi parametri di rendimento, il valore del capitale di Bankitalia potrebbe arrivare fino a un massimo di 30 miliardi.
Nella premessa del documento pubblicato dal Tesoro si spiega che ciò che va rivisto è l’assetto azionario della Banca d’Italia, anche perché occorre evitare gli effetti della legge 262 del 2005, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà, preservando l’indipendenza di Via Nazionale dalle pressioni politiche. Inoltre, si legge ancora nel rapporto, «è necessario modificare le norme che disciplinano la struttura proprietaria per chiarire che i partecipanti non hanno diritti economici sulla parte delle riserve della banca riveniente dal signoraggio» ovvero da quell’attività che è tipica di una banca centrale e che deriva esclusivamente dalla funzione pubblica di emissione delle banconote.

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