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Riunione da Grandi per sistemare il mondo

di Fabrizio Galimberti

Cannes, 3-4 novembre: il G20, sotto presidenza francese, si riunisce sulla Costa Azzurra per – è l'ambizione di Sarkozy – "sistemare il mondo". Il quale mondo, almeno nella sua dimensione economico-finanziaria, ha certo un gran bisogno di essere "sistemato". Ma nella storia passata delle riunioni del G20 c'è qualcosa che induca all'ottimismo circa la capacità dei leader di risolvere i grossi problemi che rigano l'economia mondiale?

Certo, questo gruppo ha le credenziali per "sistemare": i suoi venti membri coprono il 90% del Pil mondiale, l'80% degli scambi internazionali e due terzi della popolazione del mondo. E per la verità, la storia passata dei G20 ha più luci che ombre. Le riunioni di Washington del novembre 2008 (dopo la "catastrofe" Lehman Brothers) e di Londra nell'aprile 2009 (al nadir della Grande recessione) riuscirono a coordinare efficacemente l'azione di contrasto alla crisi, galvanizzando il sostegno e rafforzando di molto la potenza di fuoco del Fmi.

Ma, così come nessuno aveva previsto la Grande recessione (eccetto i pessimisti di professione che, a furia di profetizzare disastri, prima o poi ci azzeccano), del pari nessuno aveva previsto la Crisi 2.0: la crisi da debiti sovrani. Per meglio dire, si sapeva che gli eccessi di debito pubblico avrebbero dovuto essere faticosamente riassorbiti, ma non era stata prevista la peculiare configurazione di questo secondo tornante della crisi: innanzitutto un backlash politico-sociale che, specie in America, ha preso la forma minacciosa di un movimento intransigente e finanziariamente bigotto – i Tea Party – che guarda all'allargamento del debito pubblico come all'anticamera del socialismo e intende sbarazzarsi del debito con massicce manovre di austerità. Poi, uno scoperchiamento della debolezza intrinseca dell'euro: un'unione monetaria senza unione politica o quanto meno senza una conduzione centralizzata delle politiche economiche. America e Gran Bretagna hanno deficit superiori a quelli dell'Eurozona nel suo insieme, ma riescono a finanziare i disavanzi a tassi bassi perché hanno dietro una Banca centrale che in caso di crisi può creare moneta a volontà. Nell'Eurozona, invece, la Bce è impastoiata dall'esistenza di 17 Paesi sovrani con finanze pubbliche molto diverse e i salvataggi creano, presso i Governi e presso l'opinione pubblica, amare contrapposizioni fra Paesi virtuosi e Paesi in difficoltà.

Il G20, abbiamo detto, si è comportato bene nel 2008 e nel 2009. Ma, con la crisi 2.0 e in particolar modo con la crisi dei debiti sovrani europei, non ha potuto coordinare molto, dato che il bandolo della matassa era nelle mani dei Paesi dell'euro. Però nella riunione di metà ottobre a livello dei ministri finanziari, il G20 ha impartito, con toni inusuali, una specie di ultimatum all'Eurozona: risolvete la crisi che sta tenendo in ostaggio l'economia mondiale o vi prendete la responsabilità di precipitare in un'altra Grande (Grandissima?) recessione. Queste grevi parole – sottoscritte dai tre Paesi dell'euro che sono nel G20, Germania, Francia e Italia, che si sono quindi autoammoniti – sembrano aver avuto effetto. L'ammonimento era dovuto, dato che la storia passata dei vertici Ue (vedi la scheda in alto) era una storia di buone intenzioni e di cattive esecuzioni, di grandi piani e di mezze misure, di dichiarazioni inconcludenti e di ingenue sfide ai mercati. Ma finalmente la montagna ha partorito qualcosa più del topolino. Rimane da vedere se le misure annunciate placheranno i mercati al di là di qualche giorno, ma bisogna riconoscere che per la prima volta i provvedimenti presi presentano una risposta coerente alle preoccupazioni degli operatori: sia la capacità di intervento dell'Efsf che la ricapitalizzazione delle banche e gli impegni, da parte dei Paesi devianti, di un controllo stretto dei conti pubblici formano un insieme che è più della somma delle parti.

Naturalmente, ce n'est qu'un début, come dicevano i sessantottini. Il G20 non deve solo spegnere l'incendio in Europa, ma soprattutto assicurarsi che il mondo intero possa riprendere la strada di uno sviluppo equilibrato. Bisogna continuare a tessere la tela di Penelope di una riforma della finanza internazionale, tenacemente avversata da molti interessi costituiti, bisogna risolvere – ma anche qui quel che il G20 può fare è solo ammonire – lo stallo disperante di una politica economica americana ostaggio di cieca acrimonia fra repubblicani e democratici, bisogna trovare un difficile punto di equilibrio fra le misure di sostegno all'economia nel breve periodo e le misure di rammendo dei bilanci nel medio periodo, bisogna conciliare gli interessi dei Paesi produttori e consumatori di materie prime… Insomma, bisogna "sistemare il mondo".

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