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Il ritorno di Obama: “Valori minacciati”

BARACK Obama si vede costretto a tornare nell’arena politica, contro il suo successore, appena dieci giorni dopo il pensionamento. Rompendo con la tradizione di non intervento degli ex presidenti, si unisce alla vasta coalizione che protesta contro il bando anti-islamici. L’ex presidente è «confortato dal livello di mobilitazione, corrisponde esattamente a quello che vogliamo vedere quando i valori dell’America sono minacciati ». Attraverso un portavoce, esprime «disaccordo fondamentale rispetto al concetto di discriminare le persone in base alla loro religione». È un altro shock inaudito questo scontro fra due presidenti, ma è tutto senza precedenti nell’era Trump. Sembra quasi che il neopresidente se l’aspettasse, questo ritorno in forze del predecessore. Domenica sera, dopo 48 ore di caos provocato dal suo ordine esecutivo di venerdì, Trump si era difeso tirando in ballo Obama: invocando il precedente del 2011 in cui era stato sospeso per sei mesi l’afflusso di rifugiati iracheni; e attribuendo a Obama stesso la selezione dei sette Paesi più rischiosi come potenziali riserve di terroristi. Si accentua l’isolamento di Trump senza che questi dia il minimo segno di pentimento. Di ieri sera anche la notizia del Washington Post secondo il quale la Casa Bianca starebbe valutando la possibilità di annullare le tutele per i gay che lavorano nel governo federale.
All’estero le condanne sono venute dall’Onu, da alleati-ex-occupati come l’Iraq dove il Parlamento chiede ritorsioni, fino a includere la Gran Bretagna. A Londra una petizione per cancellare l’invito della Regina Elisabetta a Trump ha raggiunto in poche ore 1,5 milioni di firme. Perfino un populista del fronte Brexit come il ministro degli Esteri Boris Johnson ha definito “fortemente controverso” l’ordine esecutivo che ha chiuso le frontiere Usa a certe nazionalità. All’interno degli Stati Uniti il gesto estremo di Trump ha creato una fronda di diplomatici, con un memorandum dei ribelli al Dipartimento di Stato che vogliono ignorare le direttive. Ma il portavoce del presidente risponde secco: «Se non siete d’accordo, andatevene ». Più complicato per la Casa Bianca è l’ostacolo del federalismo: diversi ministri della Giustizia degli Stati Usa governati dai democratici fanno ricorso per incostituzionalità del decreto sigilla-confini. Questo accresce le forze messe in campo sul fronte giudiziario, dopo che vari magistrati federali avevano bloccato con ordinanze locali le espulsioni dagli aeroporti di New York, Boston, Washington, San Francisco. L’effetto immediato è un aumento della confusione, rasenta l’impazzimento: la polizia di frontiera che lavora negli aeroporti è strattonata da ordini contrastanti, non sempre le è chiaro a chi debba obbedire. Il caos regna anche dentro l’Amministrazione dove domenica sera il generale John Kelly, nuovo segretario alla Homeland Security, voleva esentare dal blocco i detentori della Green Card. Poi questo gesto deve essere sembrato un dietrofront che sconfessava il presidente, e quindi per le Green Card si è tornati a un limbo di controlli discrezionali. Trump ieri ha cercato di minimizzare, con un tweet surreale: «Solo 109 persone su 325.000 fermate e detenute per interrogatori. I grossi problemi negli aeroporti sono stati causati da un blackout informatico della compagnia Delta, e da qualche manifestante». Trump reagisce con una fuga in avanti. Accelera i tempi per la nomina del giudice costituzionale vacante, alla Corte suprema. È l’assalto all’ultimo bastione del potere che ancora gli manca, quello giudiziario. Una volta blindata la Corte suprema, con una maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato, è convinto che l’opposizione sarà impotente. E il resto del mondo? America First.

Federico Rampini

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