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Il ritorno dello smart working E questa volta è per rimanere

Contrordine, si torna allo smart working d’emergenza. E non si tratta solo di garantire la sicurezza: il lavoro agile appare sempre di più la modalità vincente per il futuro, favorisce risparmi e agevola la conciliazione con la vita privata. Ad adottarlo, anche a pandemia finita, dovrebbe essere il 60% dei lavoratori della Pubblica amministrazione e almeno il 30% dei privati.
Per il momento il Dpcm appena emanato dal governo dispone, tra le misure di contenimento della pandemia, l’obbligo per la Pubblica Amministrazione di incentivare il lavoro agile garantendo almeno una percentuale del 50%. Niente percentuali invece per il privato, ma si raccomanda comunque che le attività professionali vengano «attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza ». Prorogata al 31 gennaio la semplificazione normativa che permette ai datori di lavoro di decidere liberamente sulle modalità di smart working, senza l’obbligo di stipulare un accordo con i propri dipendenti. Condizione che da tempo è contestata dai sindacati, che chiedono invece di «contrattualizzare lo smart working», come ha ribadito ieri il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri. Proprio in vista di una nuova adozione massiccia del lavoro agile, però, il governo sta valutando di accelerare il percorso della legge di riforma sul tema, all’esame del Senato, facendola diventare un collegato alla legge di Bilancio: in questo modo i tempi di esame e di approvazione sarebbero molto più rapidi.
Il disegno di legge tutela in particolar modo il diritto di disconnessione e l’autonomia del lavoratore, tutele la cui necessità è emersa con forza in questi mesi: secondo l’Osservatorio Nomisma-Crif il 28% degli smart worker lamenta un aumento delle ore lavorate e una quota di poco inferiore dice di non riuscire più a distinguere tra lavoro e vita privata. Anche se una quota maggiore si dice invece sollevata per il tempo risparmiato rispetto ai trasferimenti casa-ufficio e per la possibilità di poter seguire meglio la famiglia. In definitiva, prevale chi trova molto più comodo lavorare da casa, o comunque in autonomia: si dichiara pro smart working anche a pandemia finita il 62% degli intervistati. Una disponibilità che i due terzi delle aziende sembrano pronte a cogliere: secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano si stima un aumento della produttivita? dell’ordine del 15%, una riduzione del tasso di assenteismo intorno al 20% e risparmi nell’ordine del 30%. Ecco perché non si tornerà indietro: «Fino all’anno scorso i lavoratori italiani in smart working erano 570 mila. – ricorda Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Polimi – Nel periodo del lockdown sono passati a 6 milioni, su una platea di possibili lavoratori in remoto che noi stimiamo di circa 8 milioni, garantendo il funzionamento dei principali servizi, dal pubblico al privato. Possiamo considerarla un’esperienza positiva nel complesso: le banche e le Poste non si sono mai fermate, i ministeri e le amministrazio ni locali hanno funzionato bene, anche se alcuni settori, come la giustizia, meno perché c’era un problema di non dematerializzazione delle procedure. Le aziende che erano già preparate hanno reagito meglio, ma l’esperienza è comunque servita: ritengo che a regime andremo verso i 4 milioni di lavoratori in smart working».
Vale anche per la Pa, che però non torna per il momento ai livelli del lockdown, quando si erano raggiunte anche quote tra l’80 e il 90% dei lavoratori da remoto. Escluso anche il raggiungimento della quota del 70%, a differenza delle indiscrezioni che erano circolate negli ultimi giorni: «Un conto è stato lo smart working emergenziale – ha chiarito in un intervento su Radio1 la ministra della Pa Fabiana Dadone – che comunque è servito a garantire i servizi quando il Paese era fermo. Altra cosa accade in questa fase successiva: ora le imprese sono aperte e hanno bisogno del supporto della Pubblica Amministrazione». Il futuro però va verso il lavoro per obiettivi anche per la Pa: il decreto Rilancio dispone che a regime si debbano garantire quote almeno del 60% nei servizi in cui è possibile questa modalità.
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