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Il ritorno dei rating. Debito pubblico: perché tutti guardano lì

Con la primavera non arrivano solo le viole. Tornano anche — dopo una pausa semestrale — i giudizi delle agenzie di rating, chiamate a valutare la sostenibilità del debito pubblico italiano e in generale le prospettive economiche dell’economia alla luce della legge di bilancio approvata per il 2019 e dell’evolversi della congiuntura economica. Alle letterine autunnali di Bruxelles di commento alle intenzioni dell’esecutivo gialloverde hanno fatto seguito le repliche a stretto giro di posta del governo di Roma. Ora, dopo Fitch di venerdì scorso, ci aspettano le lettere dell’alfabeto di Moody’s e Standard & Poor’s che emettono i loro scarni verdetti con triple, doppie e singole «A», «B» e «C», in varie combinazioni con caratteri maiuscoli o minuscoli e addobbate con segni più o segni meno. I rating sono poi integrati da una valutazione di scenario («outlook») nel quale le società che ci valutano oggi esprimono anche un parere aggiuntivo sulla presumibile evoluzione del loro giudizio nel futuro. L’outlook può quindi essere stabile, positivo o negativo. Da questo elaborato codice semantico esce fuori il «rating» sul Paese.

Visione

Al di là dei bizantinismi tipici di tutti i giudizi tecnici (la Commissione, il Fondo monetario, le banche centrali, i governi usano tutti il loro gergo, con «detti» e «non detti»), i messaggi delle agenzie di rating arrivano forti e chiari ai destinatari, cioè agli investitori e ai governi. E lo fanno a partire dai giudizi formulati al giro precedente. Nel caso dell’Italia i giudizi di autunno erano stati formulati in un momento in cui il nuovo esecutivo era alle prese con la presentazione del primo disegno di legge di bilancio. Una legge che nella sua versione pre-natalizia includeva proposte volte a sottolineare le discontinuità con il passato. Discontinuità fatte di più spesa corrente (per pensioni e reddito di cittadinanza e per pensionamenti anticipati) e più spesa per investimenti, ma anche più deficit e meno tasse solo per un sottoinsieme dei potenziali destinatari della flat tax promessa a tutti in campagna elettorale. Il disegno di legge proposto in autunno non è piaciuto all’Europa ma soprattutto non è piaciuto ai mercati che per accettare di sottoscrivere i titoli italiani hanno cominciato a richiedere premi per il rischio (con uno spread che è arrivato ai 350 punti), mentre la borsa lasciava sul terreno il 17% tra le fine di settembre e la fine di dicembre. Nel frattempo il governo — impegnato in una narrazione tranquillizzante e identitaria — minimizzava l’importanza di offrire un rapido sostegno, anche prima dell’approvazione della finanziaria, ad un’economia che già dall’inizio dell’anno aveva dato i primi segnali di rallentamento, ben visibili negli indicatori anticipatori delle interviste ai manager degli acquisti aziendali. In questo contesto le tre agenzie di rating decisero di abbassare i loro giudizi precedenti di una tacca o di confermare i loro giudizi ma trasformando contestualmente l’outlook in negativo.

Senza industria?

A distanza di qualche mese, la finanziaria approvata per il 2019 ha passato il preliminare giudizio preventivo della Commissione europea e ha anche rassicurato i mercati. E così, festeggiando la fine della tempesta politica autoinflitta nei mesi precedenti, i mercati hanno brindato. Lo spread è sceso fino a 250 punti e l’indice Ftse Mib è tornato sopra i 20 mila punti (dopo essere sceso vicino a 18 mila a fine anno). Ma intanto è arrivata conferma che il rallentamento si era trasformato in recessione con due (piccole) riduzioni consecutive del Pil negli ultimi due trimestri dell’anno. A riportare dati particolarmente negativi è stata l’industria che proprio nel mese di dicembre ha mostrato fatturati e produzione industriale in netto calo a fotografare il passato e il presente e ordini industriali che non promettono niente di buono per i mesi a venire. E malgrado lo strapotere dei servizi nel mondo digitale di oggi non c’è nessuna economia che riesca a crescere a dispetto o passando sopra ai numeri negativi del suo settore industriale. Al brutto andamento dell’industria si deve poi aggiungere la mancata ripresa dell’immobiliare che, nonostante la ripresa delle compravendite, vede prezzi delle case inchiodati ai livelli del 2016 (semmai nel 2018 in leggero calo rispetto ai già bassi livelli di allora). Senza industria e senza immobiliare non c’è né la ripresa né la fine della povertà ottimisticamente e un po’ incautamente annunciate dal premier Giuseppe Conte e dal vice premier Luigi Di Maio. La scomparsa della crescita e la recessione (la cui entità è ancora da valutare) pesano inevitabilmente in negativo sulla valutazione di sostenibilità del debito italiano.

Credibilità

E poi c’è il futuro della sostenibilità del debito italiano (e dei giudizi di chi ci guarda da fuori), su cui pesano nuove domande. La prima è se gli obiettivi posti per i conti pubblici per gli anni a venire siano credibili. Ad oggi sono appesi all’entrata in vigore di aumenti automatici di imposte indirette che nessun politico (e nessun italiano) vuole. Poi c’è l’incertezza sull’intensità e la durata della recessione. Se il rallentamento in essere fosse solo colpa degli altri che non crescono (come sostiene il governo), l’eventuale ritorno alla crescita dell’Europa e, in particolare, della Germania attenuerebbe o eliminerebbe il problema. In ogni caso rimane l’interrogativo di fondo: l’economia italiana sembra incapace di crescere in modo sostenuto — diciamo del 2% l’anno — per un numero sostenuto di anni. E un’economia che non sa crescere in modo sostenuto non può né rimborsare né sostenere il suo debito.

Francesco Daveri

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