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Ritorno alla cedola variabile

di Guido Plutino

Nel videogioco del risparmio c'è un nuovo mostro da sconfiggere. Mentre ancora non sono stati risolti i grandi problemi – dalla crisi dell'euro non definitivamente scongiurata, nonostante il ventunesimo vertice Ue in poco più di un anno, alla ripresa stentata dell'economia mondiale – nelle scorse settimane è tornata a farsi avanti una vecchia conoscenza: l'inflazione. Una volta tanto l'Italia è in linea con l'Eurozona, ma visti i dati ciò non è motivo di conforto. Scattando la fotografia di settembre, l'Istat ha fermato la lancetta dei prezzi al consumo al +3% su base annua (livello massimo da ottobre 2008). Considerando lA Ue a 17 Paesi, nello stesso mese Eurostat ha misurato al 3% la crescita annua dell'indice armonizzato dei prezzi al consumo (dal 2,5% di agosto).

Nonostante le previsioni di un possibile rientro delle tensioni già nei prossimi mesi, la fiammata autunnale ha fatto suonare un campanello d'allarme tra i risparmiatori già provati dalle perdite di questi mesi. Alle variabili in gioco, si aggiunge ora la difesa del valore reale del capitale ed ecco tornare l'interesse sui bond inflation linked, che offrono un "salvagente" efficace nel caso l'inflazione prosegua e, in alcuni casi, rendimenti affatto disprezzabili.

Per completare il quadro, vale la pena ricordare che nel 2011 si è verificato un cambiamento di indirizzo nella politica monetaria delle principali Banche centrali mondiali. Mentre nella prima metà dell'anno l'orientamento generale portava verso un taglio dei tassi, ora si assiste a un brusco stop, se non a un'inversione di marcia. In generale, le attese sono per una stabilità dei saggi di riferimento, almeno sul medio periodo.

Il revival dei titoli inflation linked offre dunque alcuni indubbi vantaggi (più evidenti per i governativi italiani), insieme a qualche non trascurabile svantaggio. Anche qui, anzitutto, si avvertono le conseguenze del flight to quality che ha caratterizzato tutti gli asset, con le obbligazioni governative in primo piano. Inoltre risulta evidente sui prezzi l'effetto degli acquisti della Bce, che si è concentrata nel sostegno dei BTp decennali, lasciando da parte i titoli con cedola legata all'inflazione. Proprio da qui traggono origine le opportunità per il risparmiatore. «Il risultato – spiega infatti Angelo Drusiani, responsabile obbligazionario di Banca Albertini Syz – è che il BTp a cedola fissa rende il 6% circa, mentre per l'inflation linked il rendimento supera il 7%, perché la quotazione non è stata difesa».

La mossa sembra dunque interessante, specialmente se le tensioni inflattive nell'area euro non dovessero rientrare rapidamente. Ma c'è un ma: il livello di rischio non è trascurabile. «I rischi – riprende Drusiani – sono di due tipi. Se la Banca centrale dovesse decidere un intervento sui tassi, le quotazioni dei BTp inflation linked già in circolazione verrebbero penalizzate. A questo si aggiunge il rischio emittente, che l'esito dell'ultimo vertice Ue non ha del tutto dissipato». Tuttavia, essere consapevoli degli ostacoli non significa automaticamente rinunciare a questa possibilità. Piuttosto, comporta la necessità di dosare il peso di questi titoli nel portafoglio, tenendo conto del proprio profilo di rischio. «La soluzione – conclude Drusiani – si chiama diversificazione e naturalmente la regola non vale solo per i bond legati all'inflazione. Vista la delicatezza della fase, il peso dell'Italia non dovrebbe superare il 15%; il resto del portafoglio va suddiviso tra titoli di altri emittenti: Francia e Germania, ma anche Finlandia, Olanda e Austria».

Va detto però che in questo periodo non tutti guardano con favore ai bond legati all'inflazione e, più in generale, al comparto obbligazionario. Nella sua ultima "Strategia di investimento", per esempio, Pictet mantiene una posizione neutrale su questa asset class (il consiglio è: «Ridurre su eventuali rimbalzi»). Uniche eccezioni, i titoli high yield Usa («Ci piacciono sempre, in quanto lontani dal focolaio europeo») e il debito dei Paesi emergenti.

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