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Ritorno ai massimi: chi può farcela

Wall Street è ancora in vetta, fresca di record. Londra e Mosca sono all’inseguimento, a pochi passi dalla cima. Ma ci sono piazze che hanno accumulato una distanza siderale dai rispettivi massimi: Tokyo e Shanghai, per esempio, dovrebbero all’incirca raddoppiare il proprio valore di Borsa per rivedere il picco toccato, rispettivamente, nel 1989 e nel 2007. E Piazza Affari? Arranca, in coda a un’ipotetica cordata di Borse globali. Per ritrovare i 50.109 punti agguantati alla vigilia dello scoppio della bolla tecnologica, il 6 marzo del 2000 — sono passati quasi 17 anni — dovrebbe recuperare il 170%. Un abisso. Impossibile da colmare in tempi rapidi. Vale la pena chiedersi, però, se la Borsa Italiana abbia almeno ossigeno a sufficienza per accorciare le distanze nel 2017. E se, dall’altra parte, chi ha già corso molto non corra il rischio di scivolare giù.

Zio SamL’euforia di mercato scaturita dal voto americano, sulle aspettative di una piena e rapida esecuzione del maxi piano di stimoli fiscali promesso da Trump (ipotesi tutta da verificare), le incognite sulla strategia di politica monetaria della Fed, le pressioni al rialzo sui salari e le valutazioni ormai care — l’S&P tratta a multipli di 17,6 volte gli utili attesi, contro una media storica di 14,3 — rendono difficile essere particolarmente ottimisti sull’azionario americano. «Siamo neutrali su Wall Street. Il mercato sconta una previsione di crescita degli utili pari al 13% nel 2017, una stima un po’ eccessiva, dopo 7 anni di profitti stagnanti e con il ciclo economico che si avvicina alla fine», spiega Marco Fiorentini, responsabile consulenza agli investimenti di Credit Suisse.

Per individuare i mercati che hanno maggiori chance di successo, forse conviene volgere lo sguardo a chi è rimasto un po’ indietro. «Le aree che potrebbero essere più interessanti sono Eurozona e mercati emergenti», dichiara Marco Piersimoni, senior portfolio manager di Pictet am. Attenzione: non perché i prezzi siano stracciati. Anche nel paniere dei Paesi meno sviluppati, le valutazioni non sono in saldo. I multipli di Borsa, però, sono per lo meno accettabili, e se si esclude uno scenario di stretta monetaria aggressiva negli Stati Uniti, potrebbero dare qualche soddisfazione, benché a macchia di leopardo. «Meglio puntare su grandi economie domestiche relativamente chiuse, Cina, India, Russia e Brasile — suggerisce Piersimoni —. I piccoli Paesi vocati all’export, magari con un elevato debito in dollari, come Malesia, Thailandia, Taiwan e Corea, sono più vulnerabili, specialmente in una fase di irrigidimento delle relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e i suoi partner». Secondo gli analisti, Shanghai è relativamente a buon mercato, scambia a 11,8 volte gli utili attesi, in linea con la media degli ultimi 10 anni e potrebbe mettersi in evidenza. «Alcuni segnali di stabilizzazione del mercato immobiliare, le attese per nuove misure fiscali a supporto della crescita, specialmente in tema di infrastrutture — precisa Fiorentini — e i profitti in rialzo per molte società, ci rendono fiduciosi sulla Cina».

In casaIntanto, la zona euro marcia, come spesso accade, in ordine sparso. E vive con apprensione crescente il fitto calendario elettorale, soprattutto in vista delle elezioni francesi. «Non credo l’agenda politica europea sia il fattore determinante che guiderà le performance — annota Piersimoni —. I settori da privilegiare saranno comunque energia, tecnologia e, selettivamente, i finanziari». Per l’Italia si stima una crescita degli utili nell’ordine del 27%, nel 2017. Non è comunque tra i cavalli vincenti su cui sembra scommettere il money manager di Pictet per il 2017. Su Piazza Affari, Credit Suisse esprime un giudizio negativo. «Può sottoperformare anche quest’anno — spiega il responsabile della consulenza agli investimenti — perché le difficoltà del sistema bancario e il rischio di elezioni anticipate continueranno a pesare sulla capacità di attrarre capitali esteri».

Leggendo i report di alcune delle maggiori case d’investimento globali, invece, il Giappone sembra ben indirizzato. Se è vero che nel 2016 il rafforzamento dello yen ha penalizzato Tokyo, «va detto che l’economia domestica continua a recuperare — osserva Marco Palacino, managing director per l’Italia di Bny Mellon im —. Il Pil nominale è cresciuto anno su anno per 14 trimestri, nonostante l’effetto negativo delle esportazioni. Lo scenario sembra positivo e gli utili aziendali potrebbero migliorare, grazie alla crescita dei consumi nazionali e all’indebolimento dello yen. Complessivamente crediamo che la Borsa giapponese presenti ancora dei margini di recupero rispetto alla crescita degli utili».

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