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Rito Fornero «allargato»

La Legge Fornero si applica anche ai licenziamenti collettivi. Sia nella sua parte sostanziale sia in quella processuale. A queste conclusioni approda il tribunale di Roma con l’ordinanza della sezione Lavoro del 21 gennaio. La pronuncia dà così un’interpretazione “sostanzialista” agli interrogativi che si erano posti nel corso di un procedimento avviato per una procedura di licenziamento collettivo intrapresa nei confronti di 15 dipendenti.
A fronte dell’impugnazione del licenziamento proposta da una lavoratrice, la società aveva tra l’altro chiesto che venisse dichiarata l’inammissibilità della domanda perché avanzata con le modalità previste dalla legge 92 del 2012. Sul punto la Sezione lavoro di Roma boccia come infondata l’eccezione, sottolineando come non si possa escludere l’applicazione del nuovo modello processuale ai casi di licenziamento collettivo. È vero infatti che questi ultimi trovano una disciplina all’interno della legge 223 del 1991, tuttavia essi rientrano anche tra le fattispecie disciplinate dalla Legge Fornero. L’articolo 1, comma 46, infatti, contiene ripetuti richiami all’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori nella versione modificata sotto il profilo delle sanzioni in rapporto ai vari difetti individuati.
«Si ritiene pertanto – si legge nell’ordinanza – che l’assoggettamento del licenziamento collettivo alle tutele previste dall’articolo 18 fa rientrare lo stesso nel novero dei licenziamenti per il quali il comma 47 (della legge 92/12, ndr) prevede l’utilizzo del nuovo rito». Sarebbe irragionevole, del resto, conclude la Sezione Lavoro, sottrarre allo strumento introdotto per una rapida definizione delle controversie lavoristiche più delicate proprio la materia del licenziamento collettivo, quella di maggiore valore economico.
Stessa logica seguono i giudici sul piano sostanziale. Dopo avere condotto un’istruttoria che li ha condotti a valutare come insussistenti le ragioni alla base della procedura di licenziamento collettivo, ritengono infatti che si può applicare alla fattispecie la disciplina prevista dal comma 7 del “nuovo” articolo 18 indirizzata alle ipotesi di «manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo». Una disposizione che, sia pure formalmente rivolta ai casi di licenziamento economico individuale, può essere usata anche per i licenziamenti collettivi.
Anche in questo caso, allora, entra il campo la gradualità nella determinazione delle sanzioni applicabili. Tenendo conto, cioè, della distinzione introdotta due anni fa tra vizi del procedimento e vizi sostanziali del licenziamento di immediato impatto sul lavoratore, l’assenza delle ragioni che giustificano il licenziamento va senza dubbio inserita tra i vizi sostanziali «perché attiene all’essenza stessa del recesso». In questo senso, sia pure con riferimento al licenziamento individuale, l’ordinanza ricorda che la reintegra è stata riservata al caso di manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento.
Per i giudici è pertanto coerente con il nuovo assetto delle tutele contenute nell’articolo 18 dello Statuto, modulate sulla gravità delle infrazioni accertate, ritenere applicabili anche alle ipotesi di assenza delle ragioni alla base del licenziamento collettivo la disciplina prevista per il licenziamento individuale «non essendo altrimenti qualificabile quello, come vizio del procedimento o afferente ai criteri di scelta o all’assenza della forma scritta (le sole ipotesi considerate dalla norma)». Un intervento che i giudici che hanno steso l’ordinanza ritengono in qualche modo doveroso, interpretando la norma attuale (che non allinea licenziamento individuale, disciplinato, a quello collettivo) in maniera costituzionalmente orientata.

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