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Il ritardo nei rimborsi si paga

Erogare in ritardo i rimborsi può costare caro all’Erario. Il contribuente ha infatti diritto di richiedere e ottenere la condanna dell’amministrazione finanziaria inadempiente al risarcimento di un maggior danno. Quest’ultimo va commisurato, ex articolo 1224 del codice civile, in misura pari al differenziale esistente nel periodo di mora del rimborso, fra il tasso medio netto di rendimento dei titoli di stato con scadenza a dodici mesi e il tasso di interesse legale.

È questo, in estrema sintesi, il giudizio con il quale la Corte di cassazione con la sentenza n. 16797 del 9 agosto scorso ha ribadito il diritto del contribuente a tale maggior danno che nel caso di specie era già stato quantificato in misura superiore ai sei milioni di euro.

Il diritto a tale maggior danno, si legge nella sentenza in commento, spetta a qualunque creditore quale che sia l’attività dallo stesso svolta e quale che sia la sua qualità soggettiva. Secondo la Cassazione hanno dunque diritto a richiedere tale extra aggiuntivo rispetto ai soli interessi legali riconosciuti dall’Erario a far data dalla richiesta di rimborso fino alla sua materiale erogazione, tutti i contribuenti a prescindere dalla loro qualifica soggettiva – imprenditori, pensionati, dipendenti – e dalla loro qualificazione giuridica, persone fisiche, società, enti.

Il principio non è nuovo. Le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno avuto modo di fissare tale diritto già nel 2008 con la sentenza n. 19499. È piuttosto singolare invece che l’amministrazione finanziaria, nonostante un tale precetto, continui a fare ostruzionismo negando o non riconoscendo per intero quanto dovuto dai contribuenti a tale titolo.

La vicenda oggetto della controversia decisa dai giudici della Suprema corte nella sentenza in commento risale al lontanissimo 1996 e testimonia come il diritto al maggior danno emergente dal ritardo nell’erogazione dei rimborsi fiscali costituisca, nei fatti, una sorta di riconoscimento soltanto virtuale. Una specie di vittoria di Pirro per il contribuente che non si è visto soltanto rimborsare il credito in tempi assolutamente sproporzionati ma che non riesce a monetizzare il maggior danno già quantificato con sentenza del giudice tributario.

Prescindendo dalla questione in oggetto che sia per i soggetti coinvolti, una delle principali compagnie di assicurazioni del nostro paese, sia per gli importi in gioco, esattamente 6.124.797,31 euro, costituisce sicuramente un caso a sé, cerchiamo di comprendere quali sono le questioni giuridiche in gioco e il diritto che il contribuente può far valere ogni qual volta l’amministrazione ritarda nell’erogazione di un rimborso d’imposta.

Dal punto di vista giuridico la sentenza, richiamando il precedente delle Sezioni unite sopra ricordato, individua il diritto del contribuente al maggior danno nelle disposizioni contenute nell’articolo 1224, secondo comma, del codice civile. Questa disposizione la cui rubrica normativa è appunto «danni nelle obbligazioni pecuniarie», specifica che in tale ambito al creditore che dimostra di aver subito un danno maggiore rispetto agli interessi legali corrisposti per i giorni di ritardo nell’erogazione delle somme dovute, spetta il diritto ad un ulteriore risarcimento.

La richiesta del maggior danno è dunque onere del contribuente che deve attivarsi presso il giudice competente, le commissioni tributarie, dimostrando che i soli interessi legali corrisposti dall’Erario al momento dell’erogazione del rimborso, non sono sufficienti ad alleviare il danno effettivamente subito.

Danno che le Sezioni unite hanno quantificato nello sprea esistente fra il tasso medio dei titoli di stato a 12 mesi e il tasso di interesse legale.

La possibilità di richiedere e ottenere un maggior danno derivante al contribuente dal ritardo dell’amministrazione finanziaria nell’erogazione di un rimborso d’imposta è certamente un principio sacrosanto ma il rischio che lo stesso finisca per costituire soltanto un aggravio al contenzioso tributario è tutt’altro che remota.

Se il creditore che ha chiesto un rimborso è un’azienda e se l’importo è cospicuo o comunque importante in relazione alle dimensioni dell’impresa, il rischio di erogare le somme a un curatore fallimentare invece che all’impresa in bonis è infatti assolutamente reale. Dal momento della richiesta del maggior danno a quella del suo materiale conseguimento passano infatti svariati anni perché gli uffici, se soccombenti, si appellano al giudice superiore arrivando fino ad investire della questione persino i giudici della suprema corte.

Andrea Bongi

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