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Il risveglio di Berlino, è Deutsche Bank la pecora nera del credito europeo

BERLINO.
La prossima volta che George Soros verrà ad incoraggiarci a fare ogni sforzo per tenere insieme l’Europa, e che noi annuiremo grati ed emozionati, ricordiamoci che puntualmente scommette una montagna di soldi sulla distruzione del continente. Dopo la Brexit, ha fatto sapere di non aver puntato contro la sterlina – contrariamente al 1992, quando la fece persino deragliare dal sistema monetario europeo. Ma ha scommesso 100 milioni di dollari contro una delle principali banche d’investimento europee con respiro globale, Deutsche Bank. Consapevole, probabilmente, che le banche centrali possono offrire uno scudo per evitare catastrofi sui mercati valutari, ma il loro potere di intervento sul sistema creditizio è limitato. E, ieri, due notizie indipendenti l’una dall’altra si sono rivelate terribili, per il colosso tedesco. E hanno fatto cadere il titolo ai minimi da trent’anni, a 12,05 euro. La prima notizia che ha scatenato una scia di vendite è che il Fondo monetario internazionale ritiene Deutsche Bank «il più importante contribuente ai fattori di rischio sistemici» tra le grandi star del sistema creditizio globale. Secondo il suo consueto rapporto sullo stato di salute della finanza “Financial sector assessment program”, la seconda e terza in classifica sono Hsbc e Credit Suisse Group. Ma è l’intero sistema bancario tedesco che desta preoccupazione, rincarano la dose gli economisti di Washington: «In particolare, sono la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti i Paesi più pericolosi, dal punto di vista del rischio contagio, se misurati con la percentuale media di perdite di capitale rispetto ad altri sistemi creditizi, per colpa dello choc di settore nel Paese d’origine». Una magra consolazione, per l’amministratore delegato di Deutsche Bank, John Cryan, impegnato nel titanico sforzo di liberare la maggiore banca tedesca dalla pesantissima eredità delle spericolate amministrazioni passate. Una corsa contro il tempo che somiglia ogni volta a una fatica di Sisifo, quando arrivano colpi del genere. La seconda notizia che ha creato ieri pressioni sul titolo è che la divisione americana della banca non ha superato gli stress test americani per il secondo anno consecutivo. Certo, quelli analizzati dalla Federal Reserve sono appena il 3 per cento degli asset globali dell’istituto, e la banca centrale statunitense ha riconosciuto che dall’ultimo test, nel 2015, molti progressi sono stati fatti, sul fronte dell’irrobustimento di Deutsche Bank. Ma non è stato giudicato sufficiente. Ed è l’unica banca, peraltro, a non aver ricevuto il via libera alla distribuzione di dividendi e al riacquisto dei titoli propri, insieme alla spagnola Santander. Le altre trentuno banche hanno passato l’esame della Fed. L’unica americana ad aver subito un via libera condizionato è Morgan Stanley.
Tonia Mastrobuoni
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