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Ristrutturazione societaria, non c’è abuso di diritto

Operare una ristrutturazione societaria al fine di aderire a un regime fiscale più favorevole non può essere considerato un abuso del diritto. L’articolo 10-bis, comma 4 della legge n. 212/2000 afferma infatti «la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale». L’unica ipotesi nella quale la riorganizzazione può qualificarsi come elusiva contempla la violazione della ratio delle norme o dei principi generali dell’ordinamento. Deve trattarsi cioè di un «aggiramento» delle disposizioni tributarie, volte a conseguire un indebito risparmio di imposta, e non di una modifica societaria volta a entrare in un regime fiscale messo a disposizione dallo stesso legislatore. Con la risoluzione n. 40/E del 2018 l’Agenzia delle entrate ha fissato un importante precedente nell’applicazione concreta del «nuovo» abuso del diritto, come modificato dal dlgs n. 128/2015 in attuazione della delega per la riforma fiscale.Se una famiglia di imprenditori detiene direttamente, a livello personale, le quote delle singole società partecipate, oppure se il controllo del gruppo viene unificato sotto una holding neocostituita, le conseguenze civilistiche, contabili e fiscali indubbiamente sono diverse. Grazie alla possibilità di compensare utili e perdite all’interno della «fiscal unit», è anche possibile che l’intero gruppo sopporti un prelievo tributario complessivamente inferiore.

L’eventuale vantaggio fiscale, precisa però l’amministrazione finanziaria, «non può qualificarsi di per sé come indebito», in quanto gli imprenditori possono scegliere «tra gli atti, i fatti e i contratti quelli meno onerosi sotto il profilo impositivo». Il contribuente, insomma, non è obbligato a percorrere la strada più costosa per potersi considerare tranquillo dal punto di vista del rischio fiscale.

Con particolare riferimento ai riassetti societari propedeutici a richiedere il consolidato, le Entrate erano già intervenute con le circolari n. 53/E del 2004 e n. 10/E del 2005. I documenti di prassi affermavano che, in questa ottica, le modifiche alla catena di controllo delle società del gruppo «non possono qualificarsi automaticamente come elusive».

Resta ferma la possibilità per gli uffici di operare verifiche più approfondite e di contestare, caso per caso, ulteriori aspetti potenzialmente o manifestamente abusivi. Nell’interpello in commento, l’Agenzia ha passato ai raggi X anche la modifica della data di chiusura dell’esercizio sociale da parte di una società (Delta), anticipata per allinearsi all’esercizio «solare» della holding e del resto del gruppo. Il via libera dell’amministrazione è basato su altri precedenti chiarimenti, tra i quali la citata circolare n. 53/E del 2004 e la circolare n. 40/E del 2016.

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