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Ristrutturazione debiti libera

La ristrutturazione dei debiti delle imprese va verso una semplificazione delle soluzioni stragiudiziali per evitare di intasare i tribunali. In sede di conversione al decreto sostegni (ddl 3099) è stato inserito, infatti, l’art. 37 ter con cui vengono semplificate le modalità di adeguamento degli accordi di ristrutturazione dei debiti previsti dall’art. 182 bis legge fallimentare (l.f.) già omologati, rimettendo la modifica nelle mani del solo debitore.

L’art. 37 ter anticipa le novità del futuro Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. 14/2019, Ccii) che sarebbe dovuto entrare in vigore il prossimo 1 settembre. Tuttavia, data l’incertezza conseguente alla pandemia Covid-19 è allo studio , da parte della commissione nominata dal Ministro della giustizia, un possibile differimento o rivisitazione delle norme.

L’emendamento va a modificare ancora una volta le norme della legge fallimentare facendo confermare le ipotesi di volontà di differire integralmente l’entrata in vigore del Ccii, altrimenti non vi sarebbe la necessità di una modifica all’art. 182 bis l.f.. L’emendamento prevede infatti un testo fotocopia del secondo comma dell’art. 58 del Ccii e va, così, a inserire un settimo comma all’art. 182 bis l.f., il quale prevede che qualora dopo l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti si rendano necessarie modifiche sostanziali del piano sottostante all’accordo, l’imprenditore che ha proposto ed ottenuto l’omologazione del piano vi apporta unilateralmente le modifiche idonee ad assicurare l’esecuzione degli accordi, richiedendo al professionista indipendente, dotato dei presupposti per attestare il piano ex art. 67, terzo comma, lett. d), l.f. il rinnovo della relazione attestativa. In tal caso, il piano modificato e la relazione sono pubblicati nel registro delle imprese e della pubblicazione è dato avviso ai creditori a mezzo di lettera raccomandata o posta elettronica certificata. Entro trenta giorni dalla ricezione dell’avviso è ammessa opposizione avanti al tribunale, nelle forme stabilite dal quarto comma dell’art. 182 bis l.f., dinnanzi alla corte di appello. Si tratta, in sostanza di agevolare tutte quelle situazioni di soggetti che hanno definito la propria ristrutturazione dei debiti con gli accordi ex art. 182 bis l.f., avendo predisposto un piano di ristrutturazione e sottoscritto accordi con i creditori, che a causa di eventi successivi all’omologazione decretata dal tribunale, per lo più oggi esogeni e dipendenti dalla pandemia, non possono permettere l’adempimento e il rispetto dei termini previsti dall’accordo medesimo. Al debitore, quindi, sarebbe necessario, in base al testo vigente della legge fallimentare, ripartire da zero e raggiungere nuove intese con riattestazione del piano ed anche nuova omologazione dell’accordo. La modifica prevvista dal nuovo settimo comma dell’art. 182 bis l.f. permette di lasciare all’imprenditore in difficoltà la possibilità di adeguare il piano di ristrutturazione dei debiti e fare accordi con i singoli creditori, mettendo nelle mani dell’attestatore il giudizio di attuabilità del nuovo piano. In pratica, la novità rende l’adeguamento dell’accordo un po’ simile al piano di risanamento attestato ex art. 67, terzo comma, lett. d), l.f. ove il giudice del risanamento è il solo professionista attestatore. Il quale, ovviamente dovrà essere ancora più attento ed indipendente, come oggi prevedono i nuovi principi di attestazione dei piani di risanamento emanati dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti. Anche per questo motivo, le ragioni del mancato rispetto delle originarie previsioni dell’accordo di ristrutturazione omologato dovranno essere considerate per valutare se la nuova attestazione possa avvenire a cura dello stesso professionista o da parte di un nuovo e terzo soggetto, quindi certamente indipendente, perché non condizionato dall’insuccesso del piano. La scelta che l’emendamento al dl sostegni ipotizza evita di affollare i tribunali con la richiesta di nuovi iter di omologazione degli accordi e rimette alla fase, eventualmente contenziosa, la necessità di investire i giudici di dirimere i motivi di doglianza dei creditori alle scelte unilaterali del debitore.

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