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Risparmio gestito, commissioni record

Un toccasana per i bilanci delle società del risparmio gestito, un onere rilevante (spesso non del tutto percepito) per i portafogli dei risparmiatori, una voce da disciplinare e da uniformare a livello europeo per i regolatori. Le commissioni di performance o di incentivo, i costi aggiuntivi che vengono applicati ai fondi di investimento in caso di rendimenti positivi in termini assoluti o rispetto a un benchmark, sono un argomento destinato inevitabilmente a sollevare discussioni. Di certo il loro contributo è rilevante per l’industria, a livello europeo come in Italia, dove nel 2019 hanno sfiorato il miliardo di euro totalizzando oltre un terzo degli utili netti realizzati dalle Sgr nell’intero esercizio.

L’analisi dei bilanci

La cifra, quasi tonda, si può ricavare analizzando i bilanci delle dieci principali società di risparmio gestito operanti in Italia con asset in gestione superiori a 20 miliardi, escludendo i player meramente assicurativi (che tendenzialmente non applicano questa tipologia di commissione) e gli operatori esteri (per i quali sarebbe difficile isolare la componente realizzata nel nostro Paese). Il campione preso in esame, le cui masse gestite complessive ammontavano alla fine dello scorso anno a circa 1.100 miliardi e al 50% del valore complessivo dell’industria italiana, è stato appunto in grado di totalizzare performance fee per 989 milioni nel 2019, contribuendo a realizzare il 36% degli utili complessivi.

E se l’anno passato offre forse un’immagine distorta del fenomeno, perché ha garantito performance sostanzialmente da incorniciare per ogni classe di investimento, vale anche la pena di notare come nel 2018 diametralmente opposto per i rendimenti, gli asset manager italiani siano stati comunque capaci di applicare ai propri prodotti commissioni di incentivo per 283 milioni: una cifra non indifferente, che è valsa il 16% dei profitti netti di quell’esercizio. E in modo analogo, come nei dati finora parziali registrati nei primi sei mesi di questo 2020 così travagliato e volatile per i mercati si confermi in sostanza la tendenza, con un’incidenza sugli utili netti che per alcune società raggiunge anche il 50 per cento.

A macchia di leopardo

Il quadro che si ricava dai singoli appare tutt’altro che omogeneo, come era lecito attendersi visto che sul tema ciascun player tende a interpretare le norme in modo personale. Per società che non ricorrono alle commissioni di incentivo come FinecoBank, ve ne sono altre come Azimut e Banca Mediolanum per le quali la componente ha rappresentato oltre il 60% degli utili. Più in generale, il mondo delle reti di promotori rimane decisamente più esposto, con un’incidenza delle performance fee su utili netti del 48%, che salirebbe addirittura al 60% se dal computo fosse esclusa la già citata Fineco che ha azzerato la voce.

È inoltre possibile rilevare una certa correlazione tra domiciliazione dei fondi e incidenza delle commissioni di incentivo. Le fabbriche prodotto, che tipicamente hanno in prevalenza fondi di diritto italiano, sono infatti anche quelle con un’incidenza minore di commissioni di incentivo, che al contrario tornano a farsi rilevanti dove la presenza di fondi e Sicav di diritto lussemburghese è maggiore. Il dato conferma come da una parte il fenomeno dell’arbitraggio regolatorio sia ancora più che mai presente nel panorama del risparmio gestito europeo e apre dall’altra il discorso legato all’intervento delle authority.

Il giro di vite Esma

Lo scorso aprile l’Esma (European Securities and Markets Authority, l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) ha pubblicato alcune linee guida con lo scopo proprio di uniformare e armonizzare il metodo di calcolo delle commissioni di incentivo applicate ai clienti a livello europeo. Il documento contiene prese di posizione anche dure su alcuni aspetti che riguardano fra l’altro la corretta rilevazione dell’ammontare degli oneri, la frequenza dell’applicazione, ma anche un ulteriore e complesso elemento legato ai benchmark adottati, area sulla quale la trasparenza resta piuttosto scarsa.

L’intervento ha suscitato inevitabili discussioni fra gli addetti ai lavori e atteggiamenti diversi fra gli stessi organismi regolatori nazionali. Se la Banca d’Italia ha infatti in sostanza recepito alcune indicazioni già nel 2006, chiedendo alle Sgr italiane di applicare performance fee annuali su fondi di diritto italiano, in terra francese si sono sollevate obiezioni contro l’atteggiamento stringente, che potrebbe portare come conseguenza l’azzeramento delle commissioni di incentivo, ma anche il contestuale innalzamento degli oneri ricorrenti applicabili sui prodotti di risparmio. Eventualità che, come dimostra l’analisi condotta, avrebbe impatto rilevante sui conti economici delle principali Sgr Italiane (e non solo).

Due dei Paesi più nel mirino per il loro atteggiamento eccessivamente disinvolto sul tema, Irlanda e Lussemburgo, si stanno invece muovendo in maniera differente: Dublino ha iniziato a porre paletti al prelievo di simili commissioni, mentre nel Granducato si continua almeno per il momento a non ostacolare meccanismi che incentivano un’applicazione nel breve termine e non necessariamente allineata alla performance positiva per i clienti nell’anno. In un contesto simile, la cui incertezza offre anche possibilità di comportamenti opportunistici, continuano a muoversi gli operatori europei e quelli italiani: consci da una parte che l’avanzata dei fondi passivi (dai ricarichi minimi, se non nulli) rende sempre più necessario ricorrere a strutture commissionali che richiedono la compartecipazione del gestore all’extra performance realizzata, e dall’altra che il tema della correttezza con cui i fondi devono applicare le performance fee e i benchmark utilizzati resta una questione chiave e da difendere da arbitraggi regolatori, a cui l’Esma sembra voler porre fine.

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