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Risparmio gestito, commissioni alte e non legate alle performance

L’imprevedibilità, così come i rapidi e improvvisi capovolgimenti di fronte sono la normalità e rappresentano in fondo il sale dei mercati finanziari. Per questo motivo non stupisce come al 2018, annus horribilis per quasi ogni tipologia di investimento, si sia succeduto uno dei semestri migliori della storia e un rimbalzo altrettanto generalizzato e diffuso. Un fenomeno al quale si fatica a fare l’abitudine è invece costituito dal fatto che nelle due fasi speculari appena ricordate le commissioni ricorrenti applicate dalle case di investimento ai prodotti collocati alla clientela siano rimaste le stesse, quasi al centesimo.

Il dato – che ha il crisma dell’oggettività e dell’ufficialità – emerge dall’analisi che il Centro studi di Tosetti Value, uno dei principali Multi-Family office in Europa, ha realizzato mettendo a confronto le performance e le ongoing charge (cioè le commissioni fisse, ndr) calcolate durante gli ultimi 18 mesi per l’universo gestito dalle prime 250 società per attivi. L’analisi – che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare e che sarà aggiornata e pubblicata con cadenza trimestrale – ha incluso nel proprio perimetro i fondi Ucits, attivi e passivi (esclusi gli Etf), distribuiti in almeno un Paese europeo e classificati come long term funds (ovvero della durata di oltre 10 anni), escludendo invece i fondi monetari e quelli gestiti da controllate al di fuori dell’Europa, e si può dividere idealmente in due fasi diametralmente opposte.

Nell’intero 2018 la media ponderata dei rendimenti ottenuti dalle prime 30 società per masse amministrate (vedere tabella a fianco) ha segnato il passo con una flessione del 5,6%, mentre nei primi sei mesi del 2019 le perdite sono state poi più che recuperate con uno stupefacente + 9,5 per cento. Non si è però praticamente vista differenza nelle commissioni ricorrenti applicate alla clientela, pari all’1,05% medio ponderato nel 2018 e all’1,04% nella prima metà di quest’anno. La tendenza appare ancora più marcata quando si stringe l’obiettivo sui 10 principali operatori in Italia, che hanno evidenziato nei due periodi lo stesso rendimento del 6,1% (prima al ribasso, poi al rialzo) a fronte di ongoing charge invariate, ma superiori rispetto al continente e pari all’1,45% annuo.

L’analisi, come ricorda Tosetti Value, tiene appunto conto esclusivamente dei costi ricorrenti gravanti sul fondo, che racchiudono le commissioni di gestione, gli oneri di banca depositaria, i costi di revisione, oltre a eventuali altri costi fissi a favore della società di gestione. Non sono quindi inclusi altri oneri quali commissioni di performance, costi di transazione, commissioni di ingresso o uscita. E se circoscrivere la ricerca a queste voci può sotto certi aspetti ridurre il grado di complessità raggiunto dal mercato (dettata però spesso più da logiche commerciali che dal reale vantaggio per gli investitori), il risultato che emerge ha il merito di richiamare l’attenzione nei confronti di elementi oggettivi e inconfutabili, nell’interesse del mercato e degli investitori.

La voce complessiva di costo medio ponderato per le masse dei dati di ogni singola classe di ogni fondo è dunque una combinazione delle politiche commerciali della società di gestione, del mix della gamma prodotti fra azionari, obbligazionari, altri asset e della tipologia di clientela prevalente (istituzionale o retail). Al di là della composizione della gamma (più sbilanciata sull’azionario quella dei player esteri, con un 39,2% più che doppio rispetto al 17,6% degli italiani al 30 giugno 2019) esiste però un tratto comune. «I ricavi ottenuti dalle società di gestione sono poco correlati con i risultati ottenuti a favore degli investitori, sui quali soli gravano invece i rischi dell’attività d’investimento», osserva Tosetti Value, auspicando per questo «un maggiore allineamento degli interessi di medio termine» anche alla luce del fatto che «nel frattempo il mercato, attraverso la concorrenza degli Etf e dei fondi passivi, sta progressivamente e inesorabilmente influenzando il settore».

Altro elemento di sicuro interesse, che Tosetti Value intende riproporre con cadenza trimestrale considerando ogni volta strumenti differenti, è il confronto fra il rendimento realizzato dal gestore (la cosiddetta performance time weighted) rispetto a quanto effettivamente conseguito dagli investitori (performance money weighted): due voci che offrono risultati differenti poiché i clienti effettuano sottoscrizioni e rimborsi in vari momenti durante la vita degli stessi prodotti di investimento. Nel caso specifico analizzato del fondo Blackrock European Equity Income A2 Eur emerge in modo chiaro che negli ultimi 5 anni «i soldi sono stati messi a lavorare nei momenti peggiori», dato che al risultato money weighted pari a +8,89% si contrappone un ben maggiore rendimento time weighted di +21,47% per l’intero periodo quinquennale.

L’emotività degli investitori (ma forse anche quella degli addetti ai lavori che li guidano nelle decisioni) ha in questo caso evidentemente influenzato il risultato finale, portando il cliente a ridurre il proprio investimento dopo una fase di perdita dei mercati o, al contrario, ad aumentarlo dopo una fase positiva e di crescita dei fondi. Un classico e ricorrente errore di finanza comportamentale che la ricerca di Tosetti Value intende mettere in evidenza e per superare il quale occorrerebbe professionalità ed esperienza che appartiene agli operatori e ai consulenti qualificati.

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