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Risparmio fiscale ma il carcere resta

Il dl semplificazioni può far ottenere al contribuente la detrazione d’imposta nonostante la consapevolezza delle fatture soggettivamente false ma, in nessun caso, può incidere sulla responsabilità penale. Insomma, l’imprenditore potrà ottenere un risparmio d’imposta ma rischia sempre il carcere. A fare questo chiarimento per la prima volta una sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 25792 del 12 giugno. Interessanti chiarimenti, sollecitati nel ricorso del contribuente, riguardo al contenuto del dl 2 marzo 2012, n.16, convertito in legge 26 aprile 2012, n.44 e alla interpretazione che la Sezione tributaria della Cassazione ha dato del tema della deducibilità dei costi da fatture per operazioni soggettivamente inesistenti con la sentenza n.3258 depositata a febbraio di quest’anno.

Questa decisione, spiega espressamente Piazza Cavour, intervenuta proprio in una ipotesi di frodi «carosello», opera una distinzione fra le regole che presidiano l’applicazione del regime Iva, e che escludono la rilevanza dei profili invocati dall’imprenditore, e quelle che presidiano le imposte dirette; solo per queste ultime imposte la fittizietà soggettiva delle fatture non costituisce più un ostacolo insormontabile al riconoscimento dei costi relativi. In altri termini, sul fronte imposte dirette i costi sono deducibili anche in presenza della consapevolezza della falsa fatturazione.

Tuttavia, mette nero su bianco la Cassazione va «escluso che la nuova disciplina abbia eliminato i presupposti di antigiuridicità delle condotte contestate». Ma non è ancora tutto. In questa interessante motivazione la Corte precisa inoltre che la consapevolezza della frode può essere data dimostrando il comportamento anomalo dell’acquirente: in questo caso una società che era durata solo pochi mesi e che aveva avuto dei picchi di acquisto e alla fine era fallita. Di diverso avviso la Procura generale che aveva sollecitato di accogliere il ricorso del contribuente.

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